Noce di mare, l'invasore gelatinoso che minaccia la laguna di Venezia

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un nuovo organismo alieno, silenzioso e quasi invisibile, sta sollevando serie preoccupazioni tra gli studiosi che monitorano gli equilibri della laguna di Venezia. Si tratta della Mnemiopsis leidyi, meglio nota come noce di mare, uno ctenoforo la cui presenza, documentata ormai da quasi un decennio nell'Adriatico, è stata recentemente analizzata in uno studio congiunto dell'Università di Padova e dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. La ricerca, intitolata "An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon" e pubblicata sulla rivista "Estuarine, Coastal and Shelf Science", delinea con chiarezza i contorni di una minaccia che, per la sua natura, viene considerata potenzialmente più grave di quella posta dal noto granchio blu. Questo organismo gelatinoso, infatti, è annoverato tra le specie invasive più dannose a livello globale, una classificazione che ne anticipa l'impatto sugli ecosistemi che riesce a colonizzare.

Origini e caratteristiche di un organismo adattabile

Originaria delle coste atlantiche delle Americhe, la noce di mare è un piccolo invertebrato trasparente, che raramente supera i dieci centimetri di lunghezza. La sua introduzione in nuovi mari, un processo iniziato decenni fa, è avvenuta spesso in maniera accidentale, presumibilmente attraverso le acque di zavorra delle navi. Ciò che la rende particolarmente temibile, come evidenziato dagli scienziati, è la sua straordinaria adattabilità ai cambiamenti ambientali, compresi quelli legati al clima, una plasticità che le permette di proliferare in condizioni anche molto diverse da quelle dei suoi habitat nativi. La laguna di Venezia, con il suo peculiare sistema di acque salmastre e i suoi delicati meccanismi biologici, rappresenta dunque un ambiente ideale per la sua espansione, offrendo nicchie ecologiche in cui questo organismo riesce a insediarsi con relativa facilità.

Il meccanismo di una minaccia subdola

A differenza del granchio blu, la cui aggressione diretta verso le specie autoctone e le reti da pesca è ben visibile, il pericolo rappresentato dalla noce di mare agisce su un piano più subdolo e forse per questo più destabilizzante. Questo ctenoforo, infatti, si nutre di zooplancton, uova e larve di pesce, depredando in sostanza la base stessa della catena alimentare marina. La sua presenza massiccia, quindi, non intacca solo una singola specie, ma rischia di compromettere l'intero sistema trofico della laguna, privando di risorse alimentari i pesci che vi abitano e, di conseguenza, minando le già fragili attività di pesca locali. È un processo di erosione lenta e progressiva, che agisce dalle fondamenta dell'ecosistema, il cui effetto finale potrebbe rivelarsi di portata superiore a quello di predatori più appariscenti.

La sfida del monitoraggio e della ricerca

Lo studio prodotto dagli atenei veneti non si limita a lanciare un allarme, ma costituisce un tassello fondamentale per comprendere le modalità con cui questa specie aliena si è integrata nell'ambiente lagunare. Mappare la sua nicchia ecologica locale, come recita il Titolo della pubblicazione, significa identificare con precisione le condizioni – di temperatura, salinità, correnti – che ne favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione. Si tratta di un'operazione complessa, resa necessaria dalla natura traslucida e fragile dell'animale, che lo rende difficile da individuare a occhio nudo. Questa conoscenza scientifica di base è il presupposto imprescindibile per qualsiasi valutazione successiva, poiché fornisce gli strumenti per monitorare la diffusione della specie e per valutarne la reale densità di popolazione nelle diverse aree della laguna, un'informazione cruciale per quantificare l'entità della pressione sull'ecosistema.

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