Madame e il prezzo del “disincanto”: “Ho avuto due anni di vuoto, ora ho gli occhi pieni di fuoco”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si entrava in quello spazio milanese, arredato più dalle frequenze sonore che dai complementi d’arredo, e si respirava subito la fisicità della musica. Vinili impilati, giradischi pronti all’uso, superfici vellutate che sembravano assorbire le parole invece di rimandarle indietro. È lì, circondata da quella che definisce la sua “biologia” – perché per lei scrivere è l’unico momento in cui razionalità ed emotività smettono di litigare – che Madame presenta “Disincanto”. Il suo terzo disco, in uscita il 17 aprile e prodotto da Bias, arriva dopo un silenzio durato tre anni, un vuoto che l’artista, oggi ventiquattrenne, descrive senza filtri come un periodo in cui “non partorivo un pezzo”. Anzi, andava in studio e le veniva lo sbocco, costringendola a un fermo che all’inizio le parve un’amputazione. Quel che ne è uscito, tuttavia, non è un album di convalescenza, ma un lavoro che mescola amore, preghiere laiche, rabbia verso l’industria e una gratitudine feroce per essere ancora viva.
Il disincanto come esercizio di sopravvivenza
“Il disincanto non ha un’età giusta in cui arrivare”, ripete Madame, e lo dice con la sicurezza di chi ha smesso di cercare risposte definitive. È una costante, spiega: inizia da bambino, quando scopri che Babbo Natale non esiste, e ti accompagna fino alla vecchiaia. Lei però ha dovuto anticipare i tempi, perché il punto di rottura – quel momento in cui si abbandonano i modelli prestabiliti e le costruzioni mentali – è arrivato sotto forma di ricovero. Ne parla senza pudore, tanto da aver inserito nella campagna di comunicazione del disco una foto scattata in un letto d’ospedale, dove ha affrontato il disturbo ossessivo-compulsivo. “Con il ricovero è ri-iniziato tutto”, confessa, perché è quando il caos si acquieta che si è costretti a ricostruire. Due anni di vuoto, nei quali scriveva canzoni sul telefono che “non si capivano”, sono serviti a trasformare il dolore in una visione lucida. Il risultato? Quattordici tracce che lei definisce una matrioska di dubbi, dove anche la collaborazione con Marracash (“Volevo capire”) non offre certezze, ma anzi approfondisce il mistero di cosa resti di noi senza amore, status o denaro.
“C’era gente che si avvicinava solo per mangiare dal mio piatto”
L’industria musicale, quella che lei chiama “la fabbrica dell’orrore”, è uno dei bersagli principali del disco. Nei brani “Come stai?” e “Mai più”, Madame non usa giri di parole: racconta di dinamiche avvilenti, di personaggi paragonabili al Gatto e la Volpe, di ricatti – veri o presunti – legati al passaggio in radio. “Sono mossa da rabbia e da un forte senso di ingiustizia: era impossibile tacere”, dichiara. La sua accusa, però, non si limita a denunciare gli altri: “La prima persona che devi denunciare sei te stesso”. Ammette di aver finto, di essersi presa troppo sul serio (“che sbatti, basta”), e di aver permesso che certa gente le si avvicinasse solo per approfittarsi. Un’ammissione che diventa atto politico quando, nella copertina del disco, appiccica un codice a barre sopra il proprio nome, quasi a voler ricordare che la musica è anche un prodotto che si vende come una scatola di biscotti. Sull’edizione limitata, il prezzo (32,90 euro) è stampato in bella vista: “tutto ha un prezzo”, dice, anche ciò che fingiamo di considerare impalpabile.
La rinascita tra gelatini e assenza di istruzioni
Se “Disincanto” fosse una lettera, sarebbe indirizzata a quella Francesca che si sentiva inferiore alla propria immagine pubblica. “Madame ha salvato una ragazzina”, canta in un pezzo, e quella ragazzina è se stessa prima della maschera. Il percorso di rinascita, racconta, è passato anche attraverso gesti apparentemente banali: “mentre facevo il disco mi sono sfondata di gelatini e dolci”, ammette, come a volersi riappropriare di un piacere semplice che la disciplina dell’artista le aveva negato. La title track, che dà il nome all’album, inizia con una dichiarazione di resa quasi eroica: “Io non vivo più con sotto le istruzioni”. Una frase che è un programma, perché il disincanto, per Madame, non è cinismo. È piuttosto la liberazione dalle bugie che ci raccontiamo – quelle che arrivano dall’esterno, ma anche quelle che ci costruiamo da soli per sopravvivere. Un prezzo, certo, da pagare. Ma, a giudicare dagli occhi di chi oggi alza lo sguardo e ti fissa con dentro solo fuoco, è un conto che ha smesso di spaventarla.




