«Disincanto» e la lucidità del dolore: Madame rompe l’incantesimo dopo due anni di vuoto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è un Titolo scelto a caso, né tantomeno una concessione al pessimismo giovanile, quello che Madame, all’anagrafe Francesca Calearo, ha impresso sul suo terzo album in uscita venerdì 17 aprile. “Disincanto” – edito da Sugar Music e anticipato dai singoli OK, Disincanto e Rosso come il fango – rappresenta per l’artista ventiquattrenne l’esatto spartiacque tra l’ingenuità del passato e una consapevolezza faticosamente conquistata. Si tratta, a tutti gli effetti, della “visione lucida di un dolore”, un meccanismo messo in atto per esorcizzarlo, restituendogli una forma comprensibile dopo un lungo periodo di stasi. Perché, come lei stessa ha raccontato, alle spalle ci sono “due anni di vuoto” in cui scriveva e registrava canzoni sul telefono, consapevole però che non si capisse nulla, come se la creatività fosse rimasta in stand-by in attesa di una scintilla.
Il ricovero come ripartenza: quando il silenzio sostituisce l’incanto
C’è un momento preciso, nelle cronache personali dell’artista, in cui la narrazione cambia registro. Quel momento coincide con un ricovero, un passaggio obbligato che Madame non nasconde né edulcora nei testi, dove affiorano riferimenti a psicofarmaci e alla fragilità mentale. “Con il ricovero è ri-iniziato tutto”, ha spiegato, descrivendo un paradosso emotivo: è quando tutto si acquieta che si è costretti a ricostruire. La produzione musicale, in questo frangente, diventa quindi una sorta di diario terapeutico; le canzoni non sono più semplici bozzetti vocali registrati in fretta, ma il tentativo di dare un ordine al caos interiore. Ne emerge un album pieno di domande aperte, lontano anni luce dalla disillusione intesa come immobilismo – che spesso porta a “stare fermi e tristi” – quanto piuttosto una rottura violenta ma necessaria dell’incantesimo.
L’artista sottolinea, in questo senso, una differenza filologicamente importante: mentre la disillusione blocca, il disincanto fa semplicemente cambiare la lente attraverso cui si guarda il mondo. È un concetto che Madame trasforma in manifesto, rifiutando le etichette e abbracciando la complessità delle cose, con la convinzione che spesso le domande contino più delle risposte. Non si tratta di una resa, bensì di una nuova forma di libertà: quella di chi accetta che non tutto è bianco o nero e che il dubbio è uno spazio abitabile.
Rabbia e denuncia: un pugno contro l’industria e le false amicizie
Se la parte intima del disco è un viaggio dentro la propria psiche, quella pubblica è una critica spietata rivolta al sistema musicale che la circonda. In alcuni brani, Madame non risparmia stilettate contro chi definisce “il gatto e la volpe” dello spettacolo, denunciando ricatti legati alle radio e la costruzione artificiale dei successi. “Alcune cose sono accadute a me – ha dichiarato – ho visto chi si avvicinava per mangiare dal mio piatto”. È una rabbia che definisce “senso di ingiustizia”, e che l’ha spinta a non tacere più, nemmeno di fronte al rischio di apparire scomoda. L’analisi si fa lucida anche quando parla della perdita di identità, quel “clash violento” tra la ragazzina inferiore al personaggio e l’artista che si sente superiore, un contrasto che alimenta la scrittura ma che nella vita reale richiede un lavoro costante su se stessa.
Parallelamente, l’album ospita collaborazioni significative – tra cui spicca il duetto con Marracash in “Volevo capire” – che fungono da specchio per queste contraddizioni, trasformando la vulnerabilità in un’arma comunicativa. Il produttore Bias, al fianco di Madame da nove anni, fa da collante sonoro a questo racconto frammentato, mescolando atmosfere trap a ballad più intime, senza mai perdere di vista la crudezza del testo.
Dalla paura alla catarsi: la musica come cerchio magico ritrovato
Il filo conduttore che lega tracce come “Come stai?” e “Grazie” è proprio la volontà di normalizzare il dialogo sulla salute mentale, togliendo stigma a parole come “ricovero” o “terapia”. Madame confessa di avere un “rapporto pessimo con la paura”, un’emozione che nella sua vita si traduce spesso in ansia o blocchi creativi; tuttavia, il disco funge da esorcismo collettivo. “Disincanto è estremamente catartico – spiega – dire che non si ha paura è un modo per sfidarla”. Le quattordici tracce diventano così un contenitore dove la fragilità non è più un alibi per non prendersi responsabilità, ma un punto di partenza per ricostruire.
Dopo tre anni di silenzio discografico, quindi, Madame non si limita a “tornare”: riparte da zero, ma con una cassetta degli attrezzi più affilata. L’uscita di venerdì prossimo rappresenta un banco di prova non solo per le classifiche, ma per la sincerità di un’operazione culturale che rifiuta i placeholder emotivi. L’incantesimo, d’altronde, si è spezzato, ma ciò che resta – tra chitarre ipnotiche e testi che graffiano – è un’artista che ha smesso di recitare la parte della principessa per abbracciare, senza filtri, la complessità del fango.




