Linea Rosa condanna la sentenza di Torino: "Violenza minimizzata, non è sfogo d'ira"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’associazione Linea Rosa, affiancata da diverse istituzioni locali, ha definito la recente sentenza del Tribunale di Torino un “colpo alla credibilità della giustizia”, sostenendo che minimizzi una aggressione brutale e tradisca la fiducia delle donne che denunciano. Le dichiarazioni fanno seguito alla decisione del giudice di condannare a un anno e sei mesi, con le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, l’ex marito di Lucia Regna, colpevole di averla colpita con un pugno in pieno viso nel 2022. La violenza dell’impatto, che ha reso necessario un intervento chirurgico di ricostruzione con ventuno placche di titanio e ha compromesso permanentemente la vista di un occhio, è stata inquadrata dal collegio giudicante – presieduto da Paolo Gallo – come un gesto dettato da un “sentimento molto umano e comprensibile” di amarezza.

Nelle motivazioni, che hanno suscitato un acceso dibattito pubblico, il giudice ha infatti riconosciuto all’aggressore delle circostanze di carattere emotivo, ritenendo che la separazione gli fosse stata “comunicata in maniera brutale” e che la donna non avesse tenuto, a suo dire, “comportamenti ineccepibili”. Una ricostruzione dei fatti che ha spinto la Procura di Torino, rappresentata dal pm Barbara Badellino – la quale aveva inizialmente chiesto una condanna a quattro anni e mezzo per maltrattamenti – a impugnare il verdetto, affinché venga accertata la piena correttezza giuridica di una decisione che mortifica la persona offesa.

Sulla questione è intervenuta anche la ministra per la Famiglia, Natalità e Pari opportunità Eugenia Roccella, che in un’intervista a La Stampa ha espresso forte preoccupazione, definendo “francamente intollerabile” il linguaggio adoperato in sede di motivazione. Secondo Roccella, quel tipo di argomentazioni tradisce una visione arcaica e pericolosa, secondo cui “la violenza appartenga a una normale dialettica relazionale e familiare”. Per questo, la ministra ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso di formazione obbligatoria per i magistrati, al fine di scongiurare il ripetersi di sentenze che, giustificando gli aggressori, rischiano di normalizzare i maltrattamenti.

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