La lettera di Zelensky a Putin: “Incontriamoci” e il rilancio di Schröder come mediatore
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Redazione Esteri
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Una missiva giunta a Mosca via canali diplomatici - e contemporaneamente resa pubblica per alimentare la pressione internazionale - ha rotto gli argini di un silenzio che durava ormai da mesi. Volodymyr Zelensky, in una lettera aperta indirizzata al presidente del Cremlino, ha chiesto un faccia a faccia diretto, proponendo di “fissare una data precisa” per un vertice che si terrebbe in un Paese terzo, lontano dalle rispettive capitali.
La Svizzera, la Turchia o una nazione araba, si legge nella proposta, potrebbero fare da sfondo a quello che il leader ucraino definisce il tentativo di porre fine a una guerra che, come scrive nella lettera visionata da alcune agenzie, “stanca i russi, colpiti dall’inflazione e dagli attacchi con droni”. Lo zar, interpellato a margine del forum economico di San Pietroburgo, ha risposto con una cautela che cela però condizioni precise.
“Siamo pronti a una soluzione pacifica”, ha dichiarato Putin ai giornalisti, aggiungendo però un “a patto che” sostanziale: il controllo totale russo sul Donbass – incluse quelle sacche di territorio ancora in mano a Kiev – non è negoziabile, essendo stato definito dal presidente come una delle basi irrinunciabili su cui costruire eventuali “compromessi” già discussi con Donald Trump.
La controfferta russa, stando alle dichiarazioni rilasciate dal capo del Cremlino, è chiara: Zelensky è il benvenuto a Mosca “in qualsiasi momento”, ma un incontro altrove (come richiesto dagli ucraini) sarebbe possibile solo dopo la firma di un accordo di pace duraturo, una prerogativa che inverte completamente la logica della proposta di Kiev, la quale chiedeva invece un cessate il fuoco immediato per avviare le trattative.
Il rilancio di Schröder e il rebus dell’Unione europea
Nel mezzo di questa fase di stallo diplomatico, emerge prepotente il nome di un mediatore che sembrava essere stato accantonato. Vladimir Putin ha rilanciato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come possibile intermediario, elogiandone il coraggio e la capacità di difendere una propria posizione, a dispetto delle critiche ricevute in patria per la sua storica vicinanza al gruppo Gazprom e allo stesso presidente russo.
“Di tutti i politici europei, preferirei parlare con Schröder”, avrebbe confidato Putin, suggerendo che l’ex leader socialdemocratico potrebbe rappresentare un canale privilegiato per superare l’attuale diffidenza tra Bruxelles e Mosca.
Da parte sua, il Cremlino ha chiarito di non opporsi a un futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, a patto che questo non comporti l’assunzione di un ruolo militare da parte di Kiev; una posizione, quest’ultima, che lascia intendere come Mosca sia disposta a tollerare l’avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente sul piano economico e normativo, ma non a livello di alleanze strategiche.
Tuttavia, proprio sul ruolo dell’Europa si gioca una partita complessa: se da un lato Putin ha escluso che l’Unione possa fungere da mediatore neutrale (definendola parte in causa e non certo “affidabile”), dall’altro l’esecutivo russo ha confermato l’esistenza di timidi segnali di dialogo con Berlino e altre capitali europee, segnali che nei mesi precedenti erano del tutto assenti.
Non sfugge, in questo contesto, la presa di distanza di Kiev dall’ipotesi Schröder; una figura, quella dell’ex cancelliere, che la diplomazia ucraina considera troppo compromessa con gli interessi energetici del Cremlino per poter garantire una reale equidistanza.
Droni, sanzioni e aiuti americani: la guerra continua
Mentre la politica gioca la sua partita su telegrammi e dichiarazioni pubbliche, sul terreno la macchina bellica non si è fermata. Zelensky, nella sua lettera, ha lanciato un avvertimento implicito: se il negoziato non dovesse partire, l’Ucraina è pronta a continuare a combattere per la propria sopravvivenza, sfruttando la capacità di produrre droni a lungo raggio che hanno recentemente colpito obiettivi anche nel profondo della Russia, arrivando a minacciare San Pietroburgo.
Il presidente ucraino cerca di capitalizzare quello che definisce il “disagio” della popolazione russa, ma dall’altra parte della barricata Putin ha rivendicato i progressi sul campo, dichiarando che le forze di Mosca hanno “completamente liberato” la Repubblica popolare di Lugansk e che l’offensiva nel Donbass prosegue giorno dopo giorno. A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce la variabile statunitense.
Nonostante Donald Trump, ormai da oltre un anno stabilmente alla Casa Bianca, abbia definito l’idea di un incontro tra i due presidenti “bellissima” – rivendicando anzi il ruolo chiave della sua amministrazione nello spingere per una soluzione diplomatica – Washington non sembra intenzionata a interrompere il flusso di armi verso Kiev.
Gli Stati Uniti, secondo fonti citate dai media russi e confermate da dichiarazioni ufficiali, sarebbero pronti a inviare nuovi aiuti per l’Ucraina, incluso un pacchetto discusso al Congresso; una mossa che a Mosca viene letta come una contraddizione, utile a mantenere alta la tensione mentre si cercano faticosamente i passi per la pace.
La posizione russa: sovranità sul Donbass e dubbi sulla legittimità di Zelensky
A ostacolare la prospettiva di un vertice risolutivo restano quindi le consuete, insormontabili linee rosse. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha recentemente osservato che se gli Stati Uniti avessero realmente voluto una soluzione (e se fosse stato applicato lo “spirito di Anchorage” discusso in un precedente bilaterale tra Trump e Putin), il conflitto si sarebbe già spento. Ma la realtà, nei fatti, vede i combattimenti infuriare lungo la linea del fronte, con perdite che entrambe le parti rivendicano in modo asimmetrico.
Putin, nel suo intervento al forum, ha sollevato esplicitamente la questione della “legittimità” di Zelensky – il cui mandato quinquennale è scaduto senza che si tenessero elezioni a causa della legge marziale – sostenendo che un eventuale trattato di pace dovrebbe essere firmato da soggetti costituzionalmente legittimi. Una stoccata legale che, sebbene prevedibile, complica ulteriormente la definizione di un eventuale accordo, gettando un’ombra di ambiguità su chi, a Kiev, possa realmente sedersi al tavolo per siglare la fine della guerra.
Lo zar, pur ribadendo la volontà di trovare “il modo di formalizzare la pace”, sembra voler giocare sul filo del rasoio: la porta per il dialogo è socchiusa, ma le condizioni (il riconoscimento della sovranità russa sui territori occupati e la rinuncia ucraina alla Nato) restano immutate, mentre i fatti di cronaca legati agli attacchi con droni e alle esplosioni nelle retrovie continuano a scandire i titoli quotidiani senza tregua.




