Putin: «La guerra in Ucraina sta per finire». E rilancia Schröder come mediatore con l’Ue
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Redazione Esteri
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Il decimo giorno di maggio, mentre a Mosca la parata della Vittoria sfilava sotto un cielo blindato da misure di sicurezza senza precedenti, Vladimir Putin ha scelto le telecamere per consegnare una frase destinata a rimanere. «Credo che la guerra sia al termine», ha detto il presidente russo, aggiungendo – con una cautela che non è mai banale quando si parla del Donbass – che la questione rimane «comunque seria». L’occasione era solenne, la ricorrenza della sconfitta della Germania nazista, ma il messaggio, paradossalmente, guardava avanti. Perché se è vero che il conflitto con l’Ucraina sembra avviarsi verso una conclusione, è altrettanto vero che Putin ha voluto dettare tempi e modalità del possibile epilogo: nessun incontro con Volodymyr Zelensky se non come «punto finale» di un accordo già scritto, non come fase interlocutoria di un negoziato ancora aperto.
L’incontro con Zelensky solo come atto conclusivo
«Se la parte ucraina, cioè il signor Zelensky, è pronta a tenere un incontro personale – affinché io possa partecipare a questo evento o firmare qualcosa – deve essere il punto finale, non una parte dei negoziati», ha scandito Putin davanti ai giornalisti. Una precisazione che, nella sua asciuttezza, ribalta la logica diplomatica classica: di solito ci si siede attorno a un tavolo per discutere, non per ratificare un accordo già chiuso altrove. E proprio quel «altrove», per Mosca, coincide con i canali bilaterali con Washington, visti i recenti sviluppi. La stessa giornata del 10 maggio ha portato con sé un altro annuncio: un nuovo cessate il fuoco di due giorni, anch’esso mediato dagli Stati Uniti, dopo che il ministero della Difesa russo aveva ventilato la possibilità di attacchi di rappresaglia su Kiev. Un’escalation annunciata e poi rientrata, forse, proprio grazie a quel canale americano che Putin ha imparato a utilizzare come valvola.
Il ruolo degli States e la sicurezza delle ambasciate
I colloqui con l’amministrazione Trump – ormai insediata da oltre un anno alla Casa Bianca – hanno portato a più di un risultato concreto. Oltre alla tregua di due giorni, Mosca ha ottenuto un impegno diretto: chiedere a Washington di contribuire a garantire la sicurezza della propria ambasciata a Kiev. Un tema, quest’ultimo, tutt’altro secondario. Durante le discussioni, i rappresentanti russi hanno messo in guardia sui «potenziali rischi per la sicurezza legati alle missioni diplomatiche» nella capitale ucraina, e da lì è scattata la richiesta formale agli Stati Uniti perché facessero da garanti. Un meccanismo curioso, se si pensa che pochi mesi fa la retorica del Cremlino dipingeva Washington come principale artefice del sostegno militare a Zelensky. Ma nella logica di Putin la guerra, per finire, ha bisogno di un interlocutore forte dall’altra parte dell’Atlantico.
Apertura all’Europa e la candidatura Schröder
E l’Europa? Mosca non l’ha mai rifiutata, a parole. «Non abbiamo mai rifiutato di negoziare con l’Ue», ha ribadito il leader russo, che però ha subito aggiunto un nome su tutti: «Preferirei Schröder». L’ex cancelliere tedesco, da anni criticato in Germania per i suoi legami con il Cremlino e per i ruoli ricoperti in aziende energetiche russe, torna così al centro di una possibile mediazione europea. Una scelta che non è casuale: Schröder conosce i dossier, parla la stessa lingua (anche politica) di Putin, e soprattutto non appartiene all’attuale esecutivo tedesco, permettendo così alla diplomazia russa di trattare con un vecchio amico aggirando i paletti imposti da Berlino dopo l’invasione su larga scala. Una mossa che spiazza, certo, ma che conferma una linea precisa: quando si parla di porre fine al conflitto, Mosca vuole sedersi al tavolo con chi può prendere decisioni, non con chi deve chiedere il permesso a Bruxelles o a Washington.




