Tumore del fegato, con l'immunoterapia uno su sei vivo a 6 anni

Tumore del fegato, con l'immunoterapia uno su sei vivo a 6 anni
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Redazione Salute Redazione Salute   -   Un paziente su sei con tumore del fegato in fase avanzata non operabile è vivo a sei anni dal trattamento con il regime immunoterapico Stride. Il risultato, pari al 17,1% di sopravvivenza, emerge dallo studio clinico Himalaya ed è stato presentato il 12 ottobre a Milano durante un incontro scientifico promosso da AstraZeneca. Il dato riguarda l'epatocarcinoma, la forma più diffusa di tumore epatico, per la quale l'immunoterapia ha ampliato le possibilità terapeutiche anche nei pazienti che non possono essere sottoposti a intervento chirurgico.

Come funziona il regime Stride e cosa dimostra lo studio Himalaya

Il trattamento associa due farmaci immunoterapici, tremelimumab e durvalumab, attraverso una strategia che prevede la somministrazione iniziale di entrambi, seguita dal solo durvalumab come terapia di mantenimento. La prima fase serve a stimolare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali, mentre quella successiva punta a prolungarne l'attività. Si tratta di un approccio diverso dalla chemioterapia tradizionale, perché agisce sui meccanismi attraverso i quali il sistema immunitario riconosce e contrasta il tumore.

Nello studio di fase III, il regime combinato è stato confrontato con sorafenib, un farmaco già utilizzato nel trattamento della malattia non resecabile. Al controllo a lungo termine, la percentuale di sopravvivenza nel gruppo trattato con sorafenib è stata dell'8,9%, contro il valore superiore registrato con la combinazione immunoterapica. L'analisi a sei anni è di tipo esplorativo e non è stata sottoposta a una verifica statistica formale della significatività. I risultati precedenti dello stesso studio avevano già documentato un vantaggio in termini di sopravvivenza globale con la nuova strategia terapeutica.

Una malattia difficile da diagnosticare e spesso associata alla cirrosi

In Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. Una delle principali difficoltà è rappresentata dalla comparsa tardiva dei sintomi, che possono diventare evidenti soltanto quando la malattia ha raggiunto uno stadio avanzato. L'epatocarcinoma origina dagli epatociti, le cellule che costituiscono la maggior parte del tessuto epatico, e nel 90% dei casi si sviluppa in un fegato già colpito da cirrosi.

La presenza contemporanea della neoplasia e di una grave malattia epatica rende particolarmente delicata la scelta delle cure. Non è sufficiente valutare l'efficacia di un farmaco contro il tumore: occorre considerare anche la capacità residua del fegato di svolgere le proprie funzioni e la tollerabilità del trattamento. La compromissione epatica può infatti condizionare le opzioni terapeutiche e influire sull'evoluzione clinica del paziente.

Nuovi risultati nello stadio intermedio e il ruolo degli specialisti

Le novità riguardano anche i pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio. Lo studio Emerald-3 ha evidenziato una riduzione del 30% del rischio di progressione della malattia utilizzando Stride insieme a lenvatinib e alla chemioembolizzazione transarteriosa, una procedura che consente di intervenire direttamente sui vasi sanguigni che alimentano il tumore. Questa strategia integra quindi una terapia sistemica con un trattamento locoregionale, utilizzando modalità di intervento differenti nello stesso percorso oncologico.

Fabio Piscaglia, professore dell'Università di Bologna, ha sottolineato l'importanza di discutere ogni caso fin dall'inizio all'interno di un gruppo multidisciplinare. Un intervento tardivo nella definizione del percorso terapeutico può comportare la perdita di opportunità importanti, compresa quella del trapianto di fegato. La valutazione collegiale permette di stabilire quali trattamenti utilizzare, come combinarli e in quale sequenza, tenendo conto delle caratteristiche della neoplasia e delle condizioni del singolo paziente.

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