Elettrochemioterapia al Sant’Orsola, impulsi elettrici per aggredire il tumore del fegato
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Redazione Salute
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La procedura, la cui esecuzione potrebbe evocare in chi la osservi senza cognizione di causa una sequenza cinematografica di fantascienza per via delle geometrie cangianti che animano lo schermo di controllo, consiste in realtà in un intervento chirurgico minuzioso e rivoluzionario. Sotto guida radiologica, infatti, degli elettrodi dalla forma affusolata vengono posizionati con precisione millimetrica all’interno dell’organo malato: una volta attivati, essi generano una serie di impulsi elettrici, della durata di pochi millisecondi, che creano dei microscopici passaggi temporanei nella membrana delle cellule cancerose. È attraverso questi varchi transitori, aperti da quella che metaforicamente potrebbe definirsi una “scossa” controllata, che il farmaco chemioterapico trova una via d’accesso privilegiata e maggiormente efficace, potenziandone in modo significativo l’azione citotossica contro la massa tumorale.
Un primo caso emblematico e il potenziale terapeutico
L’applicazione pionieristica su un paziente affetto da epatocarcinoma, una forma di tumore primario del fegato spesso difficile da trattare, segna una tappa cruciale nella pratica clinica del policlinico bolognese. La metodica, che alcuni definiscono senza mezzi termini una vera e propria “apripista” per i trattamenti oncologici, si propone in particolare come un’opzione concreta per quelle situazioni in cui la chirurgia tradizionale o altre tecniche ablative non sono percorribili. Si tratta, in altri termini, di offrire una speranza di cura laddove le lesioni, per dimensioni, numero o posizione, erano fino a ieri considerate intrattabili, ampliando così l’orizzonte terapeutico a una cerchia più ampia di persone.
La tecnologia al servizio della cura
L’intervento è stato reso possibile dall’avvio delle attività in una nuova sala angiografica di ultima generazione, un ambiente ad alta tecnologia realizzato grazie a un cospicuo investimento finanziario proveniente dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Questa infrastruttura, che rappresenta il cuore tecnologico della procedura, permette ai medici di visualizzare in tempo reale la vascolarizzazione dell’organo e di guidare con estrema accuratezza il posizionamento degli aghi-elettrodo, massimizzando l’efficacia del trattamento e minimizzando al contempo i rischi per le strutture anatomiche sane circostanti. La precisione della strumentazione, unita all’esperienza del team multidisciplinare, costituisce un binomio essenziale per il successo di tecniche così avanzate.
Prospettive e consolidamento di una tecnica
Sebbene l’elettrochemioterapia non sia una novità assoluta in campo oncologico, avendo trovato in passato applicazione contro altre tipologie di neoplasie, la sua introduzione nell’arsenale terapeutico contro i tumori epatici primari e secondari rappresenta un significativo passo avanti. Il meccanismo d’azione, che sfrutta l’elettroporazione per aumentare la permeabilità cellulare, non solo facilita l’ingresso del chemioterapico ma sembra anche in grado di indurre, in alcuni casi, una risposta immunitaria locale che potrebbe contribuire alla lotta contro la malattia. La sfida immediata, ora, consiste nel monitorare i risultati a lungo termine sui pazienti trattati e nel valutare come questa strategia possa integrarsi con le altre terapie già consolidate, disegnando percorsi di cura sempre più personalizzati.




