Uno Bianca, il muro di gomma dei fratelli Savi si sgretola davanti ai pm
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Redazione Interno
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Nel silenzio quasi totale del carcere di Bollate, dove il nome di un famoso panettiere milanese riecheggia tra le mura di un istituto noto per le sue politiche riabilitative, si è consumato l'ennesimo atto del lungo dramma giudiziario legato alla banda della Uno Bianca.
I magistrati della Procura di Bologna, guidati dal procuratore capo Paolo Guido, hanno dovuto fare i conti con una realtà processuale a dir poco schizofrenica: da un lato, il pluri-ergastolano Roberto Savi, ex poliziotto e leader indiscusso del gruppo che tra il 1987 e il 1994 seminò terrore tra Emilia-Romagna e Marche, si è trincerato dietro la facoltà di non rispondere, vanificando ogni speranza degli inquirenti di ottenere lumi sulle zone d’ombra della stagione criminale; dall’altro, il fratello Fabio, noto con il soprannome "Il Lungo" e unico dei vertici a non aver mai indossato una
Divisa, ha rotto il muro di gomma, rispondendo ad alcune domande, anche se i legali e gli stessi pm hanno definito le sue dichiarazioni poco sostanziali, quasi a voler misurare il terreno prima di un eventuale voltafaccia.
La strategia del silenzio e la ricerca di uno sconto di pena
Mentre Roberto Savi, lo abbiamo visto, ha scelto la linea dura del mutismo, tenendo per sé le presunte verità sussurrate (forse con troppa leggerezza) durante la recente intervista televisiva a "Belve Crime" per la quale aveva accennato a presunte coperture da parte dei Servizi segreti, il fratello Fabio gioca una partita diversa, più sottile e potenzialmente finalizzata a ottenere benefici carcerari.
La sua disponibilità a parlare, sebbene condita da un'informativa che i magistrati Lucia Russo e Andrea De Feis stanno ora valutando con la lente del dubbio, rappresenta comunque un’apertura che nessuno, fino a qualche settimana fa, avrebbe pronosticato.
Il fatto che Fabio miri a un percorso riabilitativo per strappare qualche sconto alla pena perpetua non sorprende gli inquirenti, abituati a trattare con pentiti e collaboratori di giustizia; ciò che fa rumore è la distanza siderale tra la loquacità mostrata dai due davanti alle telecamere e la sostanziale afonia registrata durante l'interrogatorio formale.
L’ombra dei Servizi e il covo di via Lame
A rendere ancora più intricata la matassa processuale è l’emergere, in parallelo agli interrogatori di Bollate, di una nuova, solida pista investigativa che riporta l’attenzione sul centro di Bologna, in particolare su via Lame, dove secondo una testimonianza raccolta dagli avvocati delle vittime esisteva un presunto covo dei servizi segreti.
Un ex agente di polizia, ascoltato più volte dai pm nell’ambito del nuovo fascicolo per concorso in omicidio aperto dopo l’esposto dei familiari, ha riferito di essere stato reclutato proprio da Roberto Savi in quell’area, in un appartamento dove notò armi e apparati informatici; un luogo, questo, che già nel 1996 era stato segnalato dai giornalisti come possibile schermatura operativa del Sisde, legata a una società fittizia chiamata "Gattel srl".
Questa coincidenza, che secondo i legali Alessandro Gamberini e Luca Moser fornisce un quadro univoco del legame tra il leader della Uno Bianca e gli apparati di sicurezza dello Stato, aggiunge un tassello fondamentale alla richiesta di verità dei parenti delle vittime, i quali non a caso hanno espresso "la più totale e intransigente contrarietà" alla concessione di sconti di pena a criminali che, come Roberto Savi, potrebbero ancora essere depositari di segreti inconfessabili.
I familiari delle vittime e la resa dei conti giudiziaria
La rabbia di chi ha perso i propri cari in stragi rimaste impunite nei loro mandanti occulti, come quella del Pilastro o l’eccidio di Castelmaggiore, si è tradotta in un documento programmatico durissimo: l’associazione che riunisce i familiari ha chiesto ufficialmente alla Procura di investire maggiori risorse umane e tecnologiche per scovare eventuali complici rimasti nell’ombra, respingendo al mittente ogni possibilità di percorsi premiali per i fratelli Savi.
Alberto Capolungo, presidente dell’associazione e figlio di una delle vittime dell’armeria di via Volturno, ha definito "vergognoso" il comportamento di Roberto Savi, che in tv "biascica messaggi senza prove" e poi davanti ai magistrati si rifugia nel silenzio; una postura, questa, che confermerebbe l’assoluta inattendibilità dei due ergastolani, le cui versioni contrastanti (uno parla di complotti e servizi segreti, l'altro riduce tutto a una questione familiare) lasciano intravedere l’ennesimo tentativo di depistaggio in una vicenda giudiziaria che, a distanza di trent’anni, non ha ancora
Esaurito i suoi fantasmi.




