Uno Bianca, il silenzio di Roberto e le mezze parole di Fabio Savi davanti ai pm
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Redazione Interno
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È bastato varcare la soglia del carcere di Bollate per assistere a un’inversione di rotta che sa più di tattica processuale che di autentica resipiscenza: dopo aver raccontato – comodamente seduti davanti a una telecamera – presunte coperture o l’assenza di leggi occulte, i fratelli Savi hanno finalmente incontrato i magistrati bolognesi che da tre anni hanno riaperto il vaso di Pandora della Uno Bianca. E qui, nel silenzio ovattato di un istituto penitenziario, le parole si sono fatte improvvisamente rare.
Roberto Savi, l’ex poliziotto che in primavera aveva alimentato la pista dei servizi segreti, si è avvalso della facoltà di non rispondere: un muro di gomma che lascia i pm (il procuratore capo Paolo Guido, il procuratore aggiunto Lucia Russo e il sostituto Andrea De Feis) con un pugno di mosche in mano. L’interrogatorio, durato pochi minuti, non ha scalfito la corazza di chi, tra il 1987 e il 1994, contribuì a scrivere una delle pagine più fosche tra Emilia-Romagna e Marche, con 23 morti e oltre cento feriti.
Il silenzio del "corto" e le aperture del "lungo"
Diametralmente opposta – o forse solo apparentemente – la strategia del fratello minore Fabio, che in quella stessa mattinata di giovedì 11 giugno ha scelto di rispondere ad alcune domande, aprendo uno spiraglio destinato però a rimanere tale. Le indiscrezioni trapelate dagli ambienti giudiziari parlano di risposte sì, ma prive della sostanza che i pubblici ministeri cercavano per dare corpo al nuovo fascicolo sul concorso in omicidio, aperto in seguito a un esposto delle associazioni dei parenti delle vittime.
In sostanza, Fabio Savi ha parlato, ma non ha ancora rivelato nulla di utile, lasciando intendere che potrebbe farlo in futuro: una posizione ambigua che sa di trattativa, nella quale il detenuto – unico membro della banda a non aver mai indossato la divisa – potrebbe star cercando di giocare la carta della collaborazione in cambio di benefici carcerari o di un percorso riabilitativo.
Non è un caso, del resto, che proprio il "Lungo" si fosse detto disponibile a collaborare già nelle scorse settimane, offrendosi ai magistrati in netta controtendenza rispetto alle rivelazioni shock del fratello in trasmissioni come "Belve Crime".
I nodi irrisolti delle stragi e il veleno dei parenti
A dare una scossa a questo nuovo filone investigativo, infatti, era stata proprio l’intervista di Roberto Savi del maggio scorso, quando l’ex agente aveva evocato "uffici particolari" e presunti mandanti che avrebbero indirizzato il gruppo criminale verso obiettivi specifici, trasformando rapine in esecuzioni mirate.
Dichiarazioni che hanno obbligato la Procura a verificare l’esistenza di complici rimasti nell’ombra, in particolare per le stragi di Castel Maggiore (dove caddero i carabinieri Erriu e Stasi) e per il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, costato la vita all’ex carabiniere Pietro Capolungo e a Licia Ansaloni. Tuttavia, l’ostinazione di Roberto a tacere in aula e le risposte evasive del fratello hanno scatenato l’ira di chi quelle vittime le ha perse davvero.
Alberto Capolungo, presidente dell’associazione dei familiari, non ha usato mezzi termini: "È vergognoso che uno vada in tv per lanciare messaggi biascicati e davanti ai magistrati non dica nulla", ha dichiarato, aggiungendo che la totale inattendibilità dei due criminali rende irricevibile qualsiasi ipotesi di sconto di pena.
I parenti, che hanno stilato un documento programmatico ufficiale, chiedono infatti maggiori risorse investigative e si oppongono con forza a ogni beneficio carcerario, ritenendo che la verità giudiziaria non sia ancora stata interamente scritta.
Una guerra di versioni che sa di depistaggio
A complicare ulteriormente il quadro, c’è la frattura insanabile tra le due linee difensive: da una parte Roberto che parla di coperture, servizi segreti e missioni eterodirette; dall’altra Fabio che ha sempre negato l’esistenza di un livello superiore, riducendo la parabola criminale della Uno Bianca a una questione di "targa, paraurti e fanalini", come ebbe a dire in un’altra intervista. Una discrepanza che non è passata inosservata agli inquirenti, i quali sospettano che, dietro a questo botta e risposta mediatico, si nasconda in realtà una messinscena.
L’ipotesi, avanzata anche dai legali delle parti civili, è che i due fratelli – rinchiusi nello stesso penitenziario ma ormai in rotta – stiano cercando di lanciarsi messaggi cifrati o di influenzare eventuali complici ancora a piede libero, depistando le indagini proprio nel momento in cui la macchina della giustizia sembrava essersi rimessa in moto.
I magistrati, per ora, mantengono il riserbo più assoluto sul contenuto specifico degli interrogatori di Bollate, ma è chiaro che la partita sia solo agli inizi: se i Savi decideranno di rompere il muro di silenzio, dovranno farlo con prove alla mano, altrimenti il rischio di essere accusati di calunnia o di simulazione è altissimo, e in quel caso nessuna attenuante generica potrà salvarli.




