Uno Bianca, il silenzio di Roberto Savi e la disponibilità del fratello Fabio: nuovi scenari nell'inchiesta bis
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Redazione Interno
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Nel corso degli interrogatori condotti ieri mattina nel carcere di Bollate, Roberto Savi – l’ex poliziotto considerato il capo storico della banda – ha scelto la strada del silcro, avvalendosi della facoltà di non rispondere difronte al procuratore capo Paolo Guido e alla procuratrice aggiunta Lucia Russo. Una posizione, la sua, che contrasta nettamente con le recenti apparizioni televisive, durante le quali aveva rilasciato dichiarazioni dettagliate su presunti rapporti con i servizi segreti.
Proprio quelle esternazioni, giudicate dai pm come indizi da approfondire, avevano fornito lo spunto per la riapertura del fascicolo. Il fratello minore, Fabio Savi (unico componente del nucleo familiare a non aver mai indossato una divisa), ha invece deciso di rispondere ad alcune delle domande poste dagli inquirenti, fornendo la sua versione dei fatti.
La nuova pista investigativa e il testimone chiave
A margine di questi sviluppi, emerge con forza l’ipotesi di una possibile crepa nel muro di ombra che da sempre avvolge la vicenda: secondo fonti vicine al dossier, Fabio Savi potrebbe avere intenzione di intraprendere un percorso dialettico più proficuo con la giustizia, un atteggiamento che – per quanto ancora tutto da verificare – si discosta dalla linea di chiusura mantenuta fino ad oggi dal fratello maggiore.
Gli avvocati di parte civile, rappresentanti dei familiari delle vittime, hanno depositato una memoria in Procura nella quale si chiede di fare luce su un presunto covo dei servizi segreti situato in via Lame, a Bologna. Un ex agente di polizia, ascoltato come testimone, ha riferito di essere stato accompagnato da Roberto Savi, a bordo di una volante, in un appartamento di quella zona dove vide armi appoggiate su un tavolo; il reclutamento, gli fu detto, serviva per "fare la guerra anche a Bologna".
La società schermo e le dichiarazioni spontanee
Quell’abitazione, secondo le ricostruzioni investigative, sarebbe collegata alla "Gattel srl", una società di copertura utilizzata dal Sisde (il defunto servizio segreto civile) i cui terminali informatici, come raccontò lo stesso Savi in un’intervista del 1996, erano identici a quelli della Questura.
Nonostante il rifiuto di rispondere agli inquirenti nel corso dell’interrogatorio formale – durato circa due ore e coperto dal più stretto segreto istruttorio – Roberto Savi avrebbe comunque reso dichiarazioni spontanee, una mossa che gli investigatori stanno valutando con estrema attenzione. L’obiettivo della nuova indagine, coordinata dal sostituto procuratore Andrea De Feis, resta quello di individuare eventuali mandanti o complici che rimasero nell’ombra mentre la banda seminava il terrore tra il 1987 e il 1994, causando la morte di 23 persone.
Le richieste dei familiari delle vittime
Proprio ieri, i parenti delle vittime si sono riuniti in assemblea approvando un documento programmatico in cui ribadiscono la loro "fermissima opposizione a ogni beneficio carcerario" per i fratelli Savi. L’associazione, attraverso i propri legali, ha chiesto alla Procura di Bologna di investire maggiori risorse umane e tecnologiche per identificare gli agenti operativi che gravitavano attorno alla "Gattel srl" nel periodo compreso tra il 1989 e il 1994.
"Siamo convinti che la verità storica e giudiziaria non sia ancora stata interamente scritta", si legge nel testo, in cui si sottolinea l’inopportunità di ipotizzare percorsi premiali per condannati che potrebbero essere ancora "depositari di informazioni cruciali".




