La sanità regionale soffocata dalla "mobilità canaglia"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le liste d'attesa del sistema sanitario regionale, un groviglio che sembra inestricabile, troverebbero una delle loro cause principali in quel fenomeno che Chiara Gibertoni, direttrice generale del policlinico Sant'Orsola, non esita a definire "mobilità canaglia". Secondo l'accusa, che punta il dito contro un meccanismo di reclutamento attivo, molti pazienti, spesso originari del Mezzogiorno, vengono indirizzati verso le strutture del Nord attraverso la libera professione intramuraria, finendo per ingolfare i percorsi di cura istituzionali per patologie che, in molti casi, potrebbero trovare una soluzione efficace anche in ambito locale, senza necessità di spostamenti così onerosi per il sistema.

L'allarme dalle istituzioni e la richiesta di fondi

Sul tema, che scuote le fondamenta del servizio sanitario nazionale, è intervenuto anche il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, il quale, parlando da amministratore ma anche sfruttando la sua esperienza di medico in pensione, ha espresso solidarietà alle posizioni del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale. Massari ha rimarcato con decisione come la questione di fondo risieda in un finanziamento inadeguato al servizio pubblico, il quale, in quanto valore universale, dovrebbe garantire a ciascuno il diritto a cure di qualità il più possibile vicine al proprio domicilio, scongiurando così migrazioni forzate alla ricerca di prestazioni che dovrebbero essere ovunque garantite.

I numeri del fenomeno e il peso economico

A confermare le dimensioni del problema giungono i dati più aggiornati diffusi dall'Agenas, che vedono l'Emilia-Romagna aver superato, seppur di una misura ridotta, la Lombardia, diventando così la regione italiana che accoglie il maggior numero di pazienti in mobilità sanitaria. Questo primato, che si traduce in un onere economico di migliaia di euro per ogni paziente, vede il Nord, con l'Emilia-Romagna e il Veneto in testa, farsi carico della quasi totalità della spesa generata da questo flusso, definito non a caso "turismo sanitario", mentre le regioni di provenienza, in primis quelle del Sud, accumulano debiti sanitari consistenti verso quelle che erogano le prestazioni.

Le strategie per arginare l'emorragia

Proprio per tentare di porre un argine a questa emorragia, che prosciuga le risorse delle regioni più virtuose e accentua le disparità territoriali, si stanno sperimentando accordi specifici, come quello della durata triennale siglato tra la Calabria e l'Emilia-Romagna. L'intesa, che prevede l'applicazione di tetti di spesa e un controllo più stringente sui ricoveri, mira a frenare la fuga dei malati calabresi verso Nord, dopo che nel solo 2023 la regione ha maturato un debito di oltre ventuno milioni di euro con l'Emilia-Romagna, terza in Italia per volume di prestazioni erogate a cittadini non residenti.

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