L’Armenia post-elettorale rimane al bivio Occidente-Russia
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Redazione Esteri
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Si sono concluse in un giorno le elezioni parlamentari in Armenia, ma i nodi che ne hanno segnato il percorso e lo svolgimento restano al pettine. Il primo ministro uscente Nikol Pashinyan viene riconfermato alla guida del governo, col suo partito Contratto Civile che raccoglie, secondo i dati definitivi della Commissione elettorale centrale, il 49,74% delle preferenze.
Un risultato atteso, forse meno sonoro di quanto in molti sperassero (soprattutto tra gli sponsor occidentali di questa svolta a tinte europeiste), ma sufficiente per garantire a Yerevan la maggioranza in un parlamento che conta almeno 101 seggi. La vera sorpresa, semmai, è arrivata dal secondo posto: l’alleanza Armenia Forte, guidata dal miliardario di origine armena ma con interessi radicati a Mosca, Samvel Karapetyan, ha strappato un significativo 23,27% dei voti.
Una percentuale, quest’ultima, che racconta il permanere di un legame profondo – fatto di affari, paura e nostalgia – con l’ex alleato sovietico.
Una vittoria di misura in un clima di tensioni e pressioni
La posta in gioco, in queste consultazioni, era altissima: per la prima volta dopo la disfatta militare del Nagorno Karabakh del 2023, gli armeni erano chiamati a scegliere se accelerare il disgelo con Bruxelles o riavvicinarsi al Cremlino. Pashinyan, reduce da una serie di tensioni con Vladimir Putin (culminate con il congelamento della partecipazione armena all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva), ha visto nei mesi scorsi crescere la pressione esterna.
Mentre l’Unione Europea incrementava i propri investimenti (si parla di un piano da 270 milioni di euro per la resilienza e di una nuova missione di partenariato civile sul terreno), Mosca non le mandava certo a dire.
Le rilevazioni della stampa internazionale hanno documentato un'intensa attività di interferenza russa: da campagne di disinformazione orchestrata – finalizzate a dipingere l’alleanza con l’Europa come una minaccia esistenziale – fino al sospetto, mai del tutto fugato, di un piano per trasportare almeno centomila armeni residenti in Russia verso i seggi elettorali, con l’obiettivo dichiarato di ribaltare la volontà popolare.
Eppure, nonostante queste ingerenze, l’elettorato ha sostanzialmente tenuto botta, premiando la linea del premier uscente, sebbene con un margine inferiore a quello delle tornate precedenti.
La rabbia dell’opposizione filorussa e lo spettro dei brogli
Non poteva mancare, a questo punto, la reazione della fazione sconfitta. L’alleanza Armenia Forte non ha perso tempo e ha già presentato ricorso alla Commissione elettorale centrale, chiedendo l’annullamento del verdetto delle urne. I legali del miliardario Karapetyan (che tra l’altro si trova attualmente agli arresti domiciliari in patria con l’accusa di aver auspicato il rovesciamento del governo) parlano di "violazioni sistematiche" e di un uso distorto delle risorse amministrative da parte del partito al potere.
Le proteste, per ora limitate a manifestazioni di piazza circoscritte di fronte alla sede della CEC, trovano un fragile eco anche nelle dichiarazioni ufficiali di Mosca: la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha parlato di "pressioni senza precedenti" sulle forze di opposizione e di una società armena "estremamente polarizzata". Una narrazione, quella del Cremlino, che serve a legittimare la contestazione dei risultati, non potendo più contare su un governo amico nella regione del Caucaso.
La sfida della governabilità tra Europa e Eurasia
La riconferma di Pashinyan pone ora il paese di fronte a un bivio concreto, non più solo retorico. Da un lato c’è la spinta europeista, sancita dal voto parlamentare del marzo 2025 che ha avviato ufficialmente l’iter per chiedere l’adesione all’Unione; dall’altro la realtà di una dipendenza energetica e commerciale dalla Russia, che non può essere recisa da un giorno all’altro senza scatenare una crisi sociale.
Lo stesso premier, nel giorno della sua vittoria, ha cercato di smorzare i toni: ha parlato di "pace e prosperità regionale", assicurando che, se da un lato proseguirà il riavvicinamento all’Occidente, Yerevan non abbandonerà i corridoi commerciali dell’Unione Economica Eurasiatica. Una quadratura del cerchio difficile da realizzare, se si considera che Mosca ha già fatto sapere di non voler "pagare per il viaggio dell’Armenia verso l’UE".
Per il momento, dunque, l’unica certezza è il nome del vincitore; tutto il resto, dalla stabilità del nuovo esecutivo alla reale portata della svolta filo-atlantica, resta sospeso nel limbo delle promesse elettorali e dei diktat della realpolitik internazionale.




