L’ombra lunga di Mosca sulle elezioni armene: tra minacce e un’alleanza che non c’è più

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando l’ambasciatore russo a Yerevan, Sergei Kopyrkin, è stato richiamato a Mosca per consultazioni lampo, nelle scorse ore, il segnale inviato al piccolo Paese caucasico – e al mondo intero – non poteva essere più chiaro: il Cremlino non ha alcuna intenzione di assistere inerte al lento ma inesorabile sganciamento dell’Armenia dalla propria orbita. E lo fa a pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 7 giugno, un voto che molti analisti hanno già definito come il più decisivo per il futuro di Yerevan dallo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Sul piatto, non ci sono solo i seggi dell’Assemblea Nazionale contesi da diciotto forze politiche, ma la direzione stessa di un Paese che, ferito dall’abbandono di Mosca durante la guerra del Nagorno Karabakh, cerca ora rifugio in Europa e negli Stati Uniti. Una tensione, quella lungo l’asse Mosca-Erevan, che ha raggiunto il culmine dopo il recente summit della Comunità Politica Europea ospitato proprio nella capitale armena, un evento che di fatto ha sancito pubblicamente l’allontanamento tra i due ex alleati.

Le parole di Lukashenko e la paura di un'altra Ucraina

Il registro retorico usato dal Cremlino e dai suoi più fedeli alleati, in vista della tornata elettorale, è lo stesso già sperimentato in altri scenari post-sovietici, e non lascia spazio a fraintendimenti. Se da un lato Vladimir Putin ha tentato un approccio più accomodante con una telefonata a Nikol Pashinyan lo scorso primo giugno, dall’altro i suoi portavoce hanno alzato il tiro in modo minaccioso.

Aleksandr Lukashenko, il presidente bielorusso spesso utilizzato come megafono delle posizioni più dure di Mosca, ha paventato per l’Armenia – qualora dovesse compiere ulteriori "passi falsi" nella direzione dell’Occidente – un destino simile a quello di Kiev. Un paragone, quello con l’Ucraina, che non è affatto casuale: mira a terrorizzare l’elettorato armeno prospettando uno scenario di guerra e disgregazione qualora il partito filo-europeo del premier Pashinyan dovesse riconfermarsi vincente.

La strategia della tensione, del resto, si inserisce in un quadro più ampio di accuse di interferenza nelle dinamiche democratiche del Paese, con Bruxelles che ha più volte segnalato la diffusione di disinformazione su larga scala.

La sfida economica e il nodo degli equilibri internazionali

Oltre alle parole, però, contano i fatti, e sul terreno economico la pressione di Mosca si fa sentire eccome. La gestione della rete ferroviaria armena è saldamente in mano a una compagnia russa almeno fino al 2038, un accordo trentennale che Pashinyan ha più volte minacciato di rivedere, finora senza però passare ai fatti.

Più concreto, e immediato, è l’avvertimento legato alle forniture di gas naturale: Mosca, che fornisce la maggior parte del fabbisogno energetico di Yerevan a prezzi politici, ha lasciato intendere che quel privilegio potrebbe venire meno in caso di allontanamento definitivo.

Sul fronte militare, poi, la partita è altrettanto complessa: se da un lato Pashinyan ha gelato i rapporti con la Csto (l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva a guida russa) accusandola di non averlo protetto durante l’assalto azero del 2023, dall’altro Mosca mantiene una presenza militare significativa con la base di Gyumri.

In questo vuoto di potere, fatto salvo il riavvicinamento formale tra Erevan e Baku patrocinato dalla Casa Bianca, emergono equilibri inediti come la fornitura di sistemi missilistici da parte dell’Iran, un acquisto che dimostra quanto Yerevan sia disposta a guardare anche a Teheran pur di diversificare le proprie fonti di sicurezza.

Un voto a trazione occidentale tra timori di interferenze

Mentre i sondaggi danno il partito di Nikol Pashinyan in netto vantaggio, con un distacco notevole sulle forze di opposizione apertamente filorusse, il clima che si respira alla vigilia del voto è di quelli carichi di tensione. L’Unione Europea, attraverso la voce dell’Alto rappresentante Kaja Kallas, ha già offerto assistenza a Yerevan per contrastare quella che definisce "maligna interferenza straniera", modellando gli aiuti su quelli già forniti alla Moldova.

Un’offerta che, se da un lato rientra nella politica di sostegno alla resilienza democratica del Paese, dall’altro ha sollevato i sospetti dell’opposizione locale. Quest’ultima teme – come denunciato da alcuni esponenti a Yerevan – che il governo possa sfruttare il pretesto della lotta alla disinformazione russa per mettere fuori legge i competitor politici sgraditi o manipolare le regole del gioco, ricevendo da Bruxelles un "assegno in bianco".

La posta in gioco, insomma, è altissima: ribadire la sovranità nazionale senza farsi schiacciare tra la pressione del colosso russo e le lusinghe dell’Occidente, in un tentativo di equilibrio che appare sempre più come un’operazione ad altissimo rischio.

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