Un’esultanza e un’ombra lunga: l’Italia e il rischio di sottovalutare la Bosnia
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Redazione Sport
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Non è bastata la vittoria contro l’Irlanda del Nord, nella semifinale dei playoff disputatasi giovedì sera alla New Balance Arena di Bergamo, per regalare alla notte azzurra una pace completa. La Rai Uno, oltre l’ora di gioco, ha inquadrato alcuni giocatori – tra cui spiccavano le sagome di Dimarco, Pio Esposito e Meret – intenti a seguire su un monitor le sorti dell’altra semifinale, quella che a Cardiff vedeva opposte Galles e Bosnia. E nel momento in cui il giovane Kerim Alajbegovic ha trasformato il rigore decisivo per la selezione bosniaca, le loro reazioni, spontanee e umane, hanno scatenato un piccolo terremoto mediatico.
In quel frangente, l’azzurro non ha fatto altro che lasciarsi andare a un calcolo, cinico quanto legittimo, preferendo per la finale di martedì un avversario sulla carta meno insidioso rispetto al Galles. Fabrizio Roncone, inviato speciale del Corriere della Sera, ha offerto una lettura spietata ma lucida del fenomeno, definendo l’atteggiamento dei calciatori non come arrogante, ma piuttosto come “da fessi”. La distinzione è sostanziale: se l’arroganza è presunzione di forza, la follia – nel senso etimologico del termine – è l’atto di chi si espone inutilmente a un rischio, in questo caso quello di caricare di ulteriore motivazione un avversario già di per sé temibile per ragioni storiche. Del resto, il giornalista ha ricordato come, al di là della retorica, esultare per aver evitato un ostacolo sia un istinto difficilmente condannabile, specie se si considerano le ferite ancora aperte del nostro calcio.
L’ombra lunga delle ultime due eliminazioni – quella con la Svezia nel 2017 e quella, ancora più traumatica, con la Macedonia del Nord nel 2022 – aleggia infatti su questa vigilia. Entrambe le debacle furono caratterizzate dalla stessa, inesorabile trama: l’Italia a spingere, con la testa e le gambe pesanti, e gli avversari a resistere, fino a infliggere il colpo del k.o. tra le lacrime degli azzurri. L’ansia, più ancora della qualità tecnica dell’avversario, si conferma essere il primo nemico da scongiurare. In questo senso, la scelta di alcuni giocatori di seguire l’evento in diretta, magari pensando già alla trasferta di Zenica, potrebbe essere interpretata come un sintomo di quella stessa pressione che in passato ha paralizzato il gruppo.
Il caso e la reazione: il passo indietro di Dimarco
La polemica, alimentata dalle immagini diventate virali, ha costretto il diretto interessato a fare chiarezza. Federico Dimarco, difensore dell’Inter e ormai punto fermo della nazionale, ha respinto con forza l’accusa di arroganza, definendo la sua esultanza come una “reazione spontanea”. In un contesto privato, circondato da amici e familiari, la tensione per l’esito dei rigori si è sciolta in un gesto di sollievo, niente più. “Non c’è alcuna mancanza di rispetto”, ha chiarito il giocatore, sottolineando anzi di aver già contattato Edin Džeko – vecchia conoscenza della sua esperienza all’Inter – per complimentarsi con lui. Il suo ragionamento, in fondo, è lineare: “Siamo stati fuori dagli ultimi due Mondiali, non avremmo alcun motivo per sentirci superiori a nessuno”.
Eppure, al di là delle parole, resta il fatto che l’episodio ha iniettato una dose di tensione in una sfida che già di per sé rappresenta uno snodo cruciale per il movimento italiano. Mancare l’appuntamento con la fase finale del campionato del mondo per la terza volta consecutiva sarebbe una cesura storica, un’eventualità che nessuno, nello spogliatoio guidato da Gennaro Gattuso, può permettersi di contemplare. La Bosnia, forte di un pubblico caldo e di veterani abituati alle battaglie, attende gli azzurri con la consapevolezza di essere stata inizialmente scartata come “avversaria preferibile”. In queste dinamiche psicologiche, spesso, si annida la vera insidia.
La squadra, i giovani e il valore della memoria
Mentre il polverone sollevato dall’esultanza si placa, l’attenzione torna sulla costruzione della squadra. La sfida di Zenica richiederà probabilmente un ricorso alle qualità dei giovani, con Francesco Pio Esposito – uno dei protagonisti delle immagini incriminate – che sembra avere tutte le carte in regola per guidare l’attacco. La sua capacità di reggere la pressione, in un ambiente ostile come quello bosniaco, sarà messa a dura prova. D’altronde, come osservano gli ex calciatori, il talento individuale diventa discriminante proprio in quelle partite dove il tempo per preparare la tattica è stato minimo e dove pesano maggiormente le letture immediate del campo.
Non si può, infine, ignorare il peso specifico di questa partita se inserita nel più ampio contesto delle recenti sciagure italiane. Il paragone con il passato è inevitabile: la sconfitta di Solna contro la Svezia e quella di Palermo contro la Macedonia restano impresse nella memoria collettiva come esempi di come la paura di fallire possa trasformarsi in profezia che si autoavvera. In quella prospettiva, l’episodio dei rigori seguito dagli azzurri, pur scomodo, può essere riletto come un campanello d’allarme. Ha ricordato a tutti, giocatori e pubblico, che il lusso di guardare avanti o di scegliere l’avversario non esiste: esiste solo la necessità assoluta di superare l’ostacolo immediato, senza farsi paralizzare dal fantasma di un’altra notte da incubo. La partita contro la Bosnia, insomma, sarà un banco di prova non solo tecnico, ma soprattutto emotivo, per dimostrare che la lezione del passato è stata finalmente assimilata.




