Armenia al voto, il bivio tra Mosca e l’Europa diventa una resa dei conti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Erevan si appresta a vivere una giornata decisiva, quella del 7 giugno, che non si limita a sancire la composizione del prossimo Parlamento ma che, di fatto, rappresenta un referendum implicito sull’identità geopolitica del Paese.

Il primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, che ha guidato il governo in una fase storica segnata dalla perdita del Nagorno Karabakh e dal conseguente esodo degli armeni dalla regione nel 2023, si trova ora a gestire una tensione inedita: da un lato la spinta verso un riavvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti, e dall’altro il giogo, ancora pesantissimo, delle pressioni economiche e politiche esercitate dal Cremlino.

È proprio questa dicotomia – accelerata ulteriormente dopo che Pashinyan ha congelato la partecipazione di Erevan all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), accusando Mosca di aver fallito come garante della sicurezza – a costituire il nucleo caldo della campagna elettorale.

Le stime dei sondaggi, sebbene da prendere con la dovuta cautela a causa di un’alta percentuale di indecisi che supera la soglia del trenta per cento, indicano il partito di governo, Contratto Civile, come favorito con un consenso che oscilla tra il ventisei e il trentaquattro per cento, un dato che però non garantirebbe la maggioranza assoluta dei seggi.

La pressione russa e la risposta occidentale

Il braccio di ferro in corso ha assunto toni sempre più aspri nelle settimane che hanno preceduto il voto, con Mosca che ha messo in campo una serie di restrizioni commerciali mirate a colpire i settori nevralgici dell’economia armena, come l’export di prodotti agricoli, le bevande alcoliche (in primis il celebre cognac) e i prodotti ittici, giustificando tecnicamente i blocchi con presunte violazioni delle norme fitosanitarie ma apparendo agli occhi degli analisti come una chiara forma di coercizione politica.

Non solo: il presidente russo Vladimir Putin, durante un vertice dell’Unione economica eurasiatica tenutosi in Kazakhstan alla fine di maggio, ha apertamente minacciato conseguenze “simili a quelle ucraine” se Erevan avesse proseguito sulla via dell’integrazione europea, arrivando a chiedere un referendum ufficiale per scegliere tra l’area di libero scambio guidata da Mosca e Bruxelles.

Di fronte a queste intimidazioni, che molti osservatori hanno definito un tentativo di interferenza massiccia nel processo democratico, la reazione dell’Occidente non si è fatta attendere.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito le misure russe come “pura coercizione economica”, annunciando contestualmente un pacchetto di sostegno finanziario di 50 milioni di euro per l’Armenia, mentre Washington ha già siglato a gennaio una Carta di partenariato strategico e sta portando avanti il progetto infrastrutturale denominato “Trump Route”, volto a integrare l’Armenia nei corridoi di trasporto regionali.

L’opposizione filorussa e le interferenze

In questo clima di tensione crescente, le opposizioni – che si presentano al voto con una piattaforma spiccatamente tradizionalista e vicina al Cremlino – cercano di capitalizzare il malcontento per la gestione della sconfitta nel conflitto con l’Azerbaigian e per la crisi economica.

La principale forza alternativa è rappresentata dal partito Armenia Forte, guidato dal miliardario di origini armene Samvel Karapetyan, attualmente agli arresti domiciliari a Erevan con l’accusa di aver incitato alla presa del potere; lo stesso Karapetyan, che possiede anche il passaporto russo, è visto da molti come il principale candidato del presidente Putin nella regione del Caucaso.

A lui si affiancano l’alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan e il partito Armenia Prosperosa, tutti schierati contro la normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e favorevoli a un ripristino immediato dei legami militari con Mosca, anche se i consensi per questi gruppi, secondo gli ultimi rilevamenti, sembrano attestarsi su percentuali ben più basse, oscillanti tra il quattro e il quindici per cento.

Proprio in questi giorni, le autorità armene e le missioni di osservatori internazionali hanno denunciato un'intensificazione delle campagne di disinformazione, con episodi di acquisto di voti e tentativi di cyberattacchi, che i diplomatici occidentali attribuiscono a strutture ibride russe volte a influenzare l’esito delle urne.

La posta in gioco per il Caucaso

La posta in gioco, dunque, trascende di gran lunga i confini della piccola repubblica caucasica e investe l’intero equilibrio regionale, in un momento in cui la guerra in Ucraina ha già ridisegnato le sfere di influenza dell’Est Europa. L’alleanza tra Washington e Bruxelles ha scommesso su Pashinyan come attore chiave per consolidare la pace con Baku – sancita da un accordo mediato proprio da Donald Trump alla Casa Bianca nell’agosto del 2025 – e per aprire un varco in quella che storicamente è stata considerata la “cortile di casa” russa.

Se il voto dovesse premiare il partito di governo, l’Armenia potrebbe avviare formalmente il lungo percorso di adesione all’Unione Europea, iniziato con una legge quadro approvata già nel maggio del 2025, accelerando un divorzio da Mosca che appare ormai irreversibile a livello politico, sebbene ancora profondamente vincolato a livello energetico e commerciale.

Al contrario, una vittoria delle opposizioni o l’instaurarsi di un parlamento frammentato incapace di esprimere una maggioranza stabile potrebbero rispedire Erevan indietro nel tempo, riaccendendo le tensioni sul confine azero e restituendo al Cremlino quella leva strategica che negli ultimi due anni sembrava essersi affievolita.

Gli elettori armeni, che si recheranno alle urne dalle otto del mattino alle otto di sera, hanno tra le mani un’opportunità che va oltre la semplice scelta di governo: è la scelta se guardare all’Europa come ancora di salvezza o ritornare a essere un satellite di Mosca, con tutte le vulnerabilità che questo comporta.

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