Putin avverte l’Armenia: «Guardate l’Ucraina» e il Cremlino prepara il “divorzio” nel Caucaso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione che serpeggia da mesi nel cuore del Caucaso è esplosa in un avvertimento secco, quasi privo di quelle formule rituali che spesso accompagnano la retorica diplomatica. Vladimir Putin, durante un intervento successivo alle celebrazioni del 9 maggio, ha indicato all’Armenia una scelta che appare sempre più come un ultimatum camuffato da pragmatismo: indire un referendum per decidere se restare ancorata all’Unione economica eurasiatica (guidata da Mosca) o proseguire sulla strada, lastricata di investimenti e missioni civili, che porta verso Bruxelles. A rendere il monito un vero e proprio atto di accusa non è tanto la proposta referendaria in sé, quanto la similitudine usata dal presidente russo, il quale ha ricordato come il tentativo dell’Ucraina di aderire all’Ue sia stato, agli occhi del Cremlino, il casus belli dell’attuale conflitto. Un parallelo, quest’ultimo, che trasforma una normale ridefinizione delle alleanze in una potenziale minaccia alla stabilità di Yerevan.

Il vertice di Erevan e il “tradimento” percepito da Mosca

A scatenare la reazione del Cremlino è stato il recente summit della Comunità politica europea ospitato nella capitale armena, un evento a cui ha partecipato anche Volodymyr Zelensky. Per Mosca, vedere il leader ucraino accolto a poche decine di chilometri da una base militare russa rappresenta un’umiliazione strategica difficile da digerire. La portata dell’evento, infatti, ha messo in luce una realtà che Mosca fatica ad accettare: l’Armenia, storicamente il suo alleato più fedele nel post-sovietico, è stanca di essere stata “abbandonata” durante la crisi del Nagorno-Karabakh nel 2023, quando i peacekeeper russi sono rimasti inerti di fronte all’offensiva azera che ha spazzato via la repubblica separatista in meno di ventiquattr'ore.

Da quel momento, il legame si è incrinato in modo irreversibile. Erevan ha prima congelato la sua partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (l’equivalente russo della Nato) e poi avviato un percorso legislativo per chiedere l’ingresso nell’Unione Europea, approvando una legge che, di fatto, sancisce la fine del monopolio russo sulla politica estera armena. Pur non avendo ancora presentato una domanda formale di adesione, il governo di Nikol Pashinyan ha chiarito che la rotta è tracciata, sfruttando quel vuoto di potere lasciato da un’alleanza che non ha saputo (o voluto) difendere i propri confini.

La carta delle elezioni e la missione europea anti-interferenza

Il calendario politico gioca un ruolo cruciale in questa partita a scacchi, con le elezioni parlamentari armene previste per il prossimo giugno che si prospettano come un banco di prova decisivo. Bruxelles, consapevole dei rischi di manipolazione, ha già inviato a Yerevan una missione composta da alcune decine di esperti (tra i venti e i trenta professionisti del settore), il cui compito specifico è proteggere il voto da attacchi informatici, campagne di disinformazione e interferenze straniere. Una mossa, questa, che l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha giustificato sottolineando il diritto esclusivo degli armeni a scegliere il proprio destino senza l’ombra di pressioni esterne, un riferimento neanche troppo velato ai tentativi russi di influenzare l’esito del voto tramite la leva energetica o la propaganda mediatica.

Nonostante queste mosse, il Cremlino ha ancora delle carte pesanti da giocare, prima fra tutte il controllo dell’approvvigionamento energetico. Putin ha pubblicamente ricordato il prezzo agevolato del gas riservato a Yerevan, un costo irraggiungibile sui mercati europei; un promemoria che sa tanto di ricatto quanto di semplice constatazione economica. Allo stesso tempo, però, la retorica del leader russo si è fatta sfumata quando ha accennato a un possibile “divorziomorale e reciprocamente vantaggioso” se la separazione dovesse diventare inevitabile. Questa alternanza tra il pugno di ferro (l’esempio ucraino) e il guanto di velluto (il divorzio consensuale) rivela la difficoltà di Mosca nel gestire la defezione di un Paese che considera parte integrante della propria cintura di sicurezza.

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