L’Ue entra nel “cortile di casa” di Putin: 30 esperti anti-sabotaggio in Armenia per proteggere le elezioni
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Redazione Esteri
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Erevan, nel Caucaso, è stata per due giorni la capitale geopolitica di un’Europa che cerca di ridisegnare i propri confini di influenza, sfidando apertamente la Russia di Vladimir Putin nel suo “cortile di casa”. Si è conclusa da poche ore la due giorni del vertice della Comunità politica europea, un’arena nata nel 2022 sulle ceneri della guerra in Ucraina, e l’attenzione si è spostata immediatamente sull’appuntamento di martedì: il primo summit bilaterale tra Unione Europea e Armenia. Ma il vero elemento di rottura, quello che trasforma l’incontro da diplomatico a operativo, è un’altra novità. Bruxelles ha deciso di inviare a Yerevan una squadra composta da una trentina di esperti civili – la cui presenza è stata confermata alla vigilia del vertice – con un mandato chiaro: contrastare attacchi informatici, interferenze nella manipolazione delle informazioni e flussi finanziari illeciti provenienti da Mosca.
Una “Nato senza Usa” divisa dal fantasma di Trump
Il contesto in cui matura questa missione è complesso e, in qualche modo, paradossale. Quarantotto capi di Stato e di governo si sono riuniti nella capitale armena, incluso il segretario generale della Nato Mark Rutte, in quella che è stata definita una sorta di “Nato senza Usa”. E sebbene il Canada di Mark Carney – presente come ospite d’onore per la prima volta – abbia esortato a non arrendersi a un mondo “spietato”, l’assenza di una linea comune sulla risposta a Donald Trump era palpabile nei corridoi. Da un lato, c’è chi spinge per alzare la voce con Washington, dall’altro, chi come l’Italia e la Polonia, preferisce non rischiare ulteriori ritorsioni sulla sicurezza, cercando di gestire il disimpegno americano senza rompere gli argini. Rutte ha fatto da pompiere, assicurando che gli europei hanno “recepito il messaggio” di Trump sulla difesa, ma la frattura rimane; e proprio in questo vuoto di leadership atlantica, l’Ue cerca di ritagliarsi un ruolo autonomo nel Caucaso.
La partita vera si gioca il 7 giugno
Perché proprio l’Armenia, ci si chiederà. Per cogliere il senso della mossa, bisogna guardare al calendario: tra poco più di un mese, il 7 giugno, il Paese è chiamato a elezioni politiche cruciali. Il premier filo-occidentale Nikol Pashinyan, che ha già gelato la partecipazione di Yerevan all’alleanza militare russa della Csto, punta tutto su questo voto per legittimare la svolta a Ovest. Ma Mosca non sta a guardare. Il Cremlino ha già intensificato la pressione, con una campagna di disinformazione che, secondo funzionari europei, mira a condizionare l’esito del voto. Kaja Kallas, alto rappresentante per la politica estera Ue, è stata chiara: gli armeni devono scegliere da soli il proprio futuro. La missione dei 30 esperti, che inizierà a regime dopo le elezioni di giugno, serve proprio a ripulire il campo da possibili “manomissioni” elettorali.
Dilemma energetico e la stretta di Putin
Tuttavia, spedire tecnici per la cyber-sicurezza è un conto, sostituire l’ombrello militare e la dipendenza energetica russa è un altro discorso. Proprio poche settimane fa, Putin ha ricevuto Pashinyan a Mosca per ricordargli, con la consueta schiettezza, che l’adesione all’Unione economica euroasiatica (guidata dalla Russia) è incompatibile con le ambizioni europee. “È semplicemente impossibile per definizione”, avrebbe detto il leader del Cremlino, che ha anche sottolineato il prezzo scontato del gas garantito all’Armenia (177,5 dollari per mille metri cubi) rispetto ai prezzi di mercato europei (oltre 600 dollari). Un ricatto energetico che fa da contraltare all’abbraccio di Bruxelles, il quale per ora offre corridoi di trasporto, investimenti (2,5 miliardi di dollari dal programma Global Gateway) e una prospettiva di liberalizzazione dei visti, ma non garanzie di difesa dirette.




