Il peso specifico di Ottawa nel cantiere europeo: l’incontro Meloni-Carney e il sogno (interrotto) dell’adesione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   EREVAN. A margine dell’ottavo vertice della Comunità Politica Europea, svoltosi nella capitale armena, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato il primo ministro canadese, Mark Carney, per verificare lo stato di avanzamento del piano d’azione bilaterale. Un colloquio, quello di lunedì 4 maggio, che ha messo nero su bianco la volontà di allargare il perimetro della cooperazione, concentrandosi su tre assi portanti: l’innovazione tecnologica, la sicurezza e la difesa, settori nei quali Italia e Canada ritengono di poter giocare un ruolo da protagonisti nel nuovo ordine mondiale. Se la diplomazia procede per step, la politica – si sa – corre spesso su binari più visionari.

Non è un caso, del resto, che la presenza di Carney a Yerevan, primo leader di una nazione extraeuropea a partecipare a questo specifico consesso, abbia riacceso i riflettori su una suggestione che per anni è rimasta confinata nei think tank. L’ipotesi che il Canada possa un giorno entrare a far parte dell’Unione Europea torna a circolare con una certa insistenza, alimentata dalla crescente frizione commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump. Un’indagine demoscopica recente, condotta da Nanos Research, ha restituito un dato inequivocabile: il 57% dei canadesi guarda con favore a un’eventuale adesione a Bruxelles, e l’84% chiede un rafforzamento deciso delle relazioni transatlantiche. Una percentuale che, come notano gli analisti, rappresenta un termometro politico della delusione per lo strapotere (e le minacce) provenienti da Washington.

L’impossibilità giuridica e l’abbraccio caldo di Bruxelles

C’è però un ostacolo insormontabile, e risiede nelle fondamenta stesse del diritto europeo. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, non a caso, subordina l’ingresso al requisito di essere uno “Stato europeo”. Il Canada, che pure condivide con il Vecchio Continente la corona britannica e il patrimonio giuridico francese, è geograficamente situato oltre l’Oceano Atlantico. Un dettaglio non da poco, che renderebbe necessaria una riscrittura dei trattati per trasformare l’Ue in un’entità potenzialmente globale. L’ambasciatrice dell’Ue a Ottawa, Geneviève Tuts, ha provato a spegnere gli entusiasmi, parlando piuttosto di una “creatività” istituzionale per trovare forme di cooperazione più forti di quelle attuali, magari mutuando il modello norvegese o svizzero.

Sul piano economico, però, molti nodi vengono al pettine. L’Accordo economico e commerciale globale (Ceta), in vigore in gran parte delle sue clausole, ha già abbattuto la stragrande maggioranza dei dazi, facilitando gli scambi. Se Ottawa volesse varcare la soglia del mercato unico così come fanno gli stati membri, dovrebbe piegarsi a diventare una “rule-taker”, accettando passivamente la legislazione comunitaria senza avere voce in capitolo. Un costo in termini di sovranità che, nella contingenza attuale, Carney sembra voler evitare, preferendo puntare su un’alleanza “di pari” per costruire un fronte compatto contro l’isolazionismo americano.

Difesa e materie prime: il dossier caldo dell’incontro

Nel vertice armeno, la partita vera si gioca su un altro tavolo, quello della deterrenza e delle catene di approvvigionamento. La sensazione, percepita durante i lavori della Comunità Politica, è che l’Europa stia cercando in Canada un partner strategico per compensare l’uscita di scena (parziale) degli Stati Uniti dalla sicurezza continentale. Trump ha annunciato il ritiro di 5mila soldati dalla Germania, un segnale che l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha interpretato come l’ennesima prova della necessità di “rafforzare il pilastro europeo dentro la Nato”.

Sul piatto, per Meloni e Carney, c’è anche la questione delle materie prime critiche. Il Canada, con le sue immense risorse di litio e minerali strategici, è un alleato naturale per Bruxelles, che cerca di ridurre la dipendenza da Pechino. In questo quadro, l’incontro di Yerevan ha rappresentato un passaggio operativo più che una passerella cerimoniale. Come ha sottolineato lo stesso Carney in un intervento a Davos qualche mese fa, per il mondo occidentale è in corso una vera e propria “rottura dell’ordine basato su regole”, ed è probabile che la ricostruzione di questo ordine passi proprio da un’alleanza più stretta tra le “potenze medie” e il continente europeo.

Siamo lontani, quindi, dall’idea di un Canada membro effettivo dell’Unione, un progetto che resterebbe bloccato per anni in un labirinto burocratico e politico. Tuttavia, quello che sta emergendo ai bordi della Comunità di Yerevan è un riallineamento tattico. La presidente Meloni, incontrando Carney, ha di fatto messo una bandierina su un’intesa che potrebbe rivelarsi decisiva per la resilienza industriale della Nato e per la costruzione di quella autonomia strategica europea che, volenti o nolenti, Washington ci sta costringendo a inseguire.

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