Il Canada e quel passo oltre l’alleanza: a Yerevan l’invito che cambia le coordinate europee

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Erevan, una capitale tra il Caucaso e la storia, ha fatto da scenario a un’evoluzione silenziosa ma sostanziale della geopolitica continentale. Tra i palazzi di tufo rosa e le montagne innevate all’orizzonte (una delle quali, l’Ararat, resta un simbolo sospeso tra Turchia e memoria armena), i leader della Comunità politica europea si sono ritrovati per l’ottavo vertice, eppure l’attenzione era concentrata su un invitato che viene da molto lontano. Mark Carney, primo ministro del Canada, ha varcato quella soglia – tradizionalmente riservata agli Stati del Vecchio Continente, con l’eccezione dell’Ucraina o del Regno Unito – non come semplice spettatore, bensì come elemento attivo di un dialogo che, fino a ieri, sembrava confinato agli scenari della fantapolitica. Antonió Costa, presidente del Consiglio europeo, ha formalizzato l’apertura a braccetto con il premier armeno Nikol Pashinyan, sottolineando come non fosse solo un gesto simbolico ma un vero e proprio spartiacque: è la prima volta che un Paese non europeo partecipa a un summit della Cpe, e il fatto che quel Paese sia il Canada la dice lunga sulle nuove correnti telluriche che attraversano l’Occidente.

Quando l’ombra di Washington accelera i riallineamenti

Sarebbe riduttivo, se non ingenuo, ridurre tutto a una semplice questione di buoni rapporti o di convergenze valoriali. L’ombra lunga che aleggiava sulle discussioni di Yerevan era quella di Donald Trump, che – ormai da più di un anno tornato alla Casa Bianca – continua a ridefinire i rapporti transatlantici senza la rete di sicurezza a cui eravamo abituati. È proprio questa pressione, esercitata per via tariffaria e retorica, a spingere Ottawa verso Bruxelles con una velocità inedita. Se Trump parla di fare del Canada il 51° Stato (un’idea respinta al mittente, ma utile a capire il clima), dall’altra parte dell’oceano qualcuno comincia a mormorare un’eresia diplomatica: e se il Canada diventasse il 28° membro dell’Unione europea -3? L’idea, lo scrivevo all’inizio, è formalmente assurda: i trattati Ue legano l’appartenenza al territorio europeo, e Ottawa si trova dall’altra parte dell’Atlantico. Ma la politica, si sa, non ama i formalismi quando le necessità spingono forte.

Proprio l’incontro bilaterale tra Giorgia Meloni e Carney, certificato da una nota di Palazzo Chigi, offre la prova di quanto l’agenda concreta stia scavalcando le utopie. I due leader non si sono scambiati convenevoli, ma hanno verificato lo stato di attuazione di un piano d’azione per la cooperazione rafforzata. Nel mirino finiscono i settori caldi: innovazione tecnologica, sicurezza, difesa. Parole che, messe in fila, disegnano una mappa fatta di catene di approvvigionamento di minerali critici (cruciali per la transizione green e per l’industria bellica) e di contrasto al traffico di migranti, dossier su cui Meloni e Carney hanno concordato di mantenere un filo diretto in vista del prossimo G7 di Évian.

L’asse silenzioso tra Italia e Canada nei dettagli dell’agenda

A margine di quella riunione plenaria dove si discuteva del tema "Maintaining European unity and coherence in times of polycrisis", l’Italia ha quindi giocato una carta sottile ma precisa. Non è un caso che il governo italiano veda in questa apertura a Ottawa un’opportunità per bilanciare le tradizionali tensioni con Parigi o Berlino. Nel comunicato ufficiale diffuso dal governo italiano si legge che i due hanno riaffermato "il comune impegno per una pace giusta in Ucraina" e condiviso "l’urgenza di una soluzione per la necessaria stabilità del Golfo e la tutela della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz". Un paragrafo denso, quello sulla libertà di navigazione, che serve a ricordare come il Canada (e con esso l’Europa) guardino con crescente preoccupazione alle rotte commerciali minacciate dai blocchi e dalle tensioni in Medio Oriente.

Ma c’è un altro livello di lettura, forse ancora più interessante per capire gli equilibri futuri. La partecipazione di Carney è stata voluta anche per mandare un segnale chiaro a quelle cancellerie che ancora credono nella possibilità di un’Europa ripiegata su se stessa. L’ex governatore delle banche centrali canadese e britannica, Mark Carney, porta con sé l’esperienza di chi ha gestito crisi finanziarie e monetarie, e la sua presenza tra i leader europei – accanto a Zelensky, a Costa e a Meloni – trasforma la Comunità politica europea da luogo di chiacchiere in laboratorio di alleanze operative. Lo ha ribadito con franchezza lo stesso Costa: "L’Europa e il Canada sono più che semplici partner che condividono gli stessi valori: insieme stiamo costruendo un’alleanza globale per difendere la pace, la prosperità condivisa e il multilateralismo".

Un’architettura che cambia vol volto senza bisogno di trattati

Ciò che accade a Yerevan, dunque, non va letto come l’antipasto di una formale adesione di Ottawa ai trattati di Maastricht (un’operazione improponibile per ragioni geografiche e giuridiche), ma come la costruzione di una "Europa allargata" a tutti gli effetti, per usare la definizione cara a Macron. Il Canada sta firmando accordi di difesa con l’Ue, partecipa ai meccanismi di finanziamento della sicurezza del continente e, in questa occasione, si siede allo stesso tavolo in cui si discutono le sfide ibride (cyberattacchi, disinformazione, resilience democratica). E in questo gioco di squadra, Giorgia Meloni ha rivendicato per l’Italia un ruolo di primo piano: dalla gestione della crisi migratoria, definita "parte integrante della poli-crisi", alla richiesta di un "salto di qualità" per l’Europa, passando dalla necessità di "anticipare le crisi" invece di limitarsi a reagire.

Il vertice di Erevan resterà negli annali non per le foto di rito o per le dichiarazioni d’intenti, ma per aver normalizzato una presenza: quella di un Paese nordamericano nella stanza dei bottoni europea. Se questa normalizzazione porterà a una cooperazione strutturale nella corsa allo spazio, nella difesa aerea o nello scambio di intelligence, lo diranno i prossimi mesi. Quel che è certo è che il "fantapolitica" di ieri, quella di un Canada dentro o comunque agganciatissimo all’Europa, ha smesso di esserlo. E i vertici tripartiti informali (Ue-Canada-Ucraina) iniziano a somigliare pericolosamente a una nuova geometria di potere globale, disegnata nemmeno troppo segretamente all’ombra di un presidente americano che, volente o nolente, ha risvegliato la voglia di autonomia degli alleati storici.

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