Nato, il conto salato dell’autonomia: mille miliardi per sostituire lo scudo Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La finestra di opportunità per l’autonomia strategica europea, guarda caso, si apre sempre nel momento di maggiore tensione transatlantica, quasi come se fosse un rituale più che una reale volontà politica. A scandire i tempi, questa volta, è una stima precisa, quasi chirurgica, che emerge dagli scenari su cui lavora l’Alleanza Atlantica: per sopperire a un eventuale, seppur improbabile, disimpegno totale delle forze armate degli Stati Uniti dal continente, i trentuno paesi della Nato (tutti cioè eccetto Washington) dovrebbero mettere sul piatto circa mille miliardi di dollari aggiuntivi. Una cifra che si sommerebbe ai 750 miliardi già promessi lo scorso anno, durante il vertice dell’Aja, dove i soci dell’Alleanza si erano impegnati a innalzare la spesa per la difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2035, destinando un ulteriore 1,5% a investimenti collaterali per le infrastrutture critiche. Quei soldi, che già allora avevano fatto storcere il naso a più di un ministro del Tesoro europeo, non sarebbero dunque sufficienti a coprire il vuoto lasciato dalle capacità americane; anzi, ne rappresenterebbero solo l’anticipo.

Il conto della serva: quanto costa rimpiazzare carri armati, navi e intelligence

Per capire la portata dell’operazione, gli analisti del think tank londinese Iiss hanno provato a scomporre il “buco” lasciato dagli Usa, un esercizio teorico che però illumina le reali fragilità del Vecchio Continente. Secondo i rapporti circolati nelle cancellerie, rimpiazzare le forze di terra americane – dai carri armati all’artiglieria – costerebbe circa 51 miliardi di dollari; le unità navali ne richiederebbero 86; mentre per il comparto aereo, che include caccia e droni, si dovrebbero sborsare 88 miliardi, per un totale di 225 miliardi che potrebbe facilmente lievitare fino a 344. A questi costi vivi, spiega il rapporto, andrebbe aggiunto lo stanziamento per mettere in campo una forza di 128 mila soldati, il minimo sindacale per costruire una deterrenza credibile di fronte a Mosca. Tuttavia, la voce più pesante nel calcolo dei mille miliardi non riguarda i “ferri del mestiere”, ma i settori immateriali dove il divario tecnologico è più profondo: la sorveglianza satellitare, l’intelligence e la gestione dello spazio, comparti in cui l’Europa parte indietro di decenni rispetto alla corsa americana.

Il "no" categorico di Rutte e la diplomazia parallela di Carney

Davanti a questi numeri, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, non ha usato giri di parole, liquidando come un “sogno” la prospettiva di una difesa continentale senza la supervisione a stelle e strisce. “Se qualcuno crede che l’Unione europea possa difendersi da sola, continui pure a sognare”, ha dichiarato di recente, avvertendo che per rendersi davvero autonomi servirebbe una spesa pari al 10% del Pil, inclusa la costruzione di un costosissimo arsenale nucleare autonomo. Un monito che accompagna le manovre diplomatiche sul campo: lunedì scorso, a Erevan, in Armenia, i leader europei hanno incontrato il premier canadese Mark Carney, il quale ha portato avanti la sua idea di un’alleanza tra le cosiddette “medie potenze”. Carney, come riferito dai media internazionali, ha quasi implorato i suoi interlocutori di non cedere alla nostalgia, proponendo un legame più stretto per resistere alle pressioni di un’amministrazione Trump che, ormai da più di un anno, ha rivoluzionato le regole del gioco. Londra e Parigi, in particolare, stanno tessendo una tela alternativa che passa attraverso il Caucaso e coinvolge attori come la Turchia, nel tentativo di ritrovare un’unità di intenti mentre l’orizzonte si fa sempre più minaccioso tra crisi ucraina e instabilità mediorientale.

L’analisi dell’ambasciatore Minuto Rizzo: un bluff che non conviene a nessuno

Tuttavia, in questo clima di incertezza globale senza precedenti, c’è chi invita a leggere le mosse di Washington con la lente della realpolitik, piuttosto che con quella dell’allarmismo. L’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, ex segretario generale della Nato, in una conversazione con Milano Finanza ha spiegato perché un’uscita totale – o anche solo un disimpegno radicale – alla fine non converrebbe nemmeno a Donald Trump. “Non avrebbe senso rinunciare a un alleato fisso come l’Unione europea”, ha argomentato, ricordando che durante l’articolo 5 attivato dopo l’11 settembre, i contingenti europei rappresentavano fino al 40% delle forze in Afghanistan. Per Minuto Rizzo, l’amministrazione americana sacrificherebbe il controllo su un sistema (dall’intelligence alla gestione dello spazio aereo) che attualmente è saldamente nelle mani dei suoi generali, e perderebbe l’accesso a un network di basi fondamentali persino per i conflitti extracuropei, come quello che coinvolge l’Iran. Dunque, pur con la consapevolezza che “abbiamo a che fare con un’incertezza che rende difficili previsioni anche da un giorno all’altro”, l’ipotesi più realistica non è il divorzio, ma una ridefinizione dei ruoli in cui l’Europa, suo malgrado, dovrà pagare un conto molto salato per mantenere il patto.

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