Il vertice di Erevan e il lungo addio dell’Armenia all’ombra di Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è affatto una coincidenza se, mentre lo stretto di Hormuz ribolle e le rotte energetiche globali tremano, metà dell’Occidente si è data appuntamento tra le montagne del Caucaso. L’ottavo vertice della Comunità politica europea, tenutosi il 4 maggio nella capitale armena, ha rappresentato molto più di un semplice diplomatico giro di valzer tra capi di stato e di governo: è stato il teatro fisico di un riallineamento silenzioso ma inesorabile, quello di una nazione, l’Armenia, che prova a svincolarsi dalla morsa russa cercando rifugio – o almeno un’ancora di salvezza – nelle maglie dell’Unione europea. Un’assenza, quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, urla più di tante presenze, così come la partecipazione straordinaria del premier canadese Mark Carney, che non ha usato mezzi termini nell’inaugurare i lavori: «L’Europa non è destinata a sottomettersi a un mondo più transazionale, isolazionista e brutale».

La geografia al centro della nuova partita geopolitica

Se il luogo fa il vertice, la scelta di Erevan è geniale quanto obbligata. L’Armenia, schiacciata tra Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian, possiede una posizione che l’ha resa per secoli un crocevia di conflitti, ma che oggi Bruxelles vuole trasformare in un’opportunità logistica. Dietro le quinte delle foto ufficiali si muove una partita fatta di acciai e gasdotti: l’intesa firmata dal premier armeno Nikol Pashinyan con i vertici europei Ursula von der Leyen e Antonio Costa non è un generico trattato d’amicizia, bensì il pilastro su cui costruire il cosiddetto “Corridoio di Mezzo”. Questa rotta commerciale transcaspica, che collega l’Europa all’Asia centrale tagliando fuori il territorio russo, rappresenta la risposta concreta a Mosca. Per nulla secondario è l’annuncio di investimenti europei per circa 2,5 miliardi di euro: una cifra che, come trapela dalle dichiarazioni della von der Leyen, mira a potenziare le infrastrutture digitali e i collegamenti energetici, spingendo l’Armenia a diventare un hub per il trasporto di merci e idrocarburi.

Lo snodo energetico tra la croce e la mezzaluna

L’embargo e la guerra in Ucraina hanno insegnato a Bruxelles una lezione amara ma chiara: la sicurezza energetica non può più essere delegata al Cremlino. Ecco perché il vertice di Erevan si è concentrato sulla costruzione di una rete indipendente. L’obiettivo, ambizioso e al tempo stesso fragile, è trasformare l’Armenia in un nodo strategico per l’approvvigionamento europeo. La presidente della Commissione ha infatti ribadito la disponibilità a sostenere la produzione locale di energia e a creare collegamenti attraverso il Mar Nero, un piano che si scontra però con la realtà dei fatti: allo stato attuale, l’Armenia riceve gas russo a prezzi politici ben inferiori a quelli di mercato, una leva potentissima che Mosca non esita a utilizzare per tenere il piede dentro la porta. In questo contesto, le parole di Carney – il quale ha auspicato che l’ordine internazionale «verrà ricostruito a partire dall’Europa» – assumono il valore di un vero e proprio manifesto politico, un appello ai “poteri intermedi” (Canada in primis) a resistere alla tentazione del disimpegno.

La sicurezza e il fantasma di Mosca

Se dal punto di vista commerciale l’Armenia si avvicina a Occidente, sul piano della difesa la transizione rimane pericolosamente a metà del guado. Il governo di Pashinyan, reduce dal trauma della perdita del Nagorno Karabakh nel 2023 – un abbandono di fatto da parte dei peacekeeper russi – ha ufficialmente congelato la sua partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto) guidata da Mosca. Tuttavia, nel Caucaso le parole contano meno dei fanti, e il paese ospita ancora basi militari russe. L’Unione europea, pur non potendo (o volendo) offrire garanzie di difesa dirette, ha escogitato una strategia più morbida ma incisiva: il lancio di una missione civile di partenariato, affiancata da una squadra di esperti pronta a contrastare le minacce ibride, la disinformazione e i flussi finanziari illeciti provenienti da Est. In vista delle elezioni legislative di giugno, un sostegno che fa comodo a Pashinyan, il quale cerca legittimazione internazionale e voti interni cavalcando il sentimento pro-europeo di una parte consistente della popolazione.

Mentre il fronte giudiziario e quello bellico si inaspriscono – con l’Azerbaigian che, pur partecipando in videoconferenza, digrigna i denti contro le «ossessioni» dell’Europarlamento – l’Armenia gioca la sua partita più pericolosa. Diversificare vuol dire camminare sul filo: avvicinarsi troppo a Bruxelles senza ricevere le tutele della Nato, irritando Mosca ma senza ancora poter rinunciare al suo gas a buon mercato. Una strategia che Pashinyan riassume nell’ambizione di restare nell’Unione economica eurasiatica (guidata dalla Russia) mentre approfondisce la cooperazione con l’Europa, una quadratura del cerchio che definire “ardita” è un eufemismo, e che non convince del tutto nemmeno i suoi più stretti alleati occidentali.

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