Le elezioni in Armenia tra la paura di Mosca e l’abbraccio dell’Europa: il varesino Alfieri osservatore Osce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   EREVAN. Sono le 18 in Italia quando chiudono i battenti dei seggi in Armenia, dove oggi, domenica 7 giugno, oltre 2,4 milioni di cittadini sono chiamati a eleggere i 101 membri dell’Assemblea nazionale. Il premier uscente Nikol Pashinyan, in carica dal 2018 e leader di ‘Contratto Civile’, si gioca un pezzo decisivo del suo mandato, puntando a un rinnovo della fiducia che gli consenta di proseguire a spron battuto sulla strada dell’integrazione europea.

Questa tornata elettorale, infatti, rappresenta molto più di un semplice rimpasto di poltrone: è il banco di prova definitivo per capire se la piccola repubblica caucasica intenda affrancarsi definitivamente dalla lunga ombra di Mosca, come del resto aveva già iniziato a fare dopo la guerra in Nagorno-Karabakh, oppure se preferisca rientrare nei ranghi dell’alleato storico.

Una campagna avvelenata dalle interferenze

Mentre Pashinyan, recatosi al seggio di Erevan, ribadiva la necessità di rafforzare l’indipendenza e la sovranità nazionale, sullo sfondo la tensione con il Cremlino è arrivata a livelli mai toccati prima. La campagna elettorale è stata virulenta, segnata – lo raccontano gli osservatori internazionali – da una serie impressionante di interferenze esterne.

Mosca, che per decenni ha considerato l’Armenia un avamposto fondamentale nel Caucaso, ha messo in campo un vero e proprio arsenale di pressioni: dalla stretta economica (con blocchi alle importazioni di prodotti agricoli e minerali) alla diffusione sistematica di disinformazione via social network, passando per l’organizzazione di un piano per far affluire dall’estero elettori favorevoli ai candidati filorussi. Non sono mancati neppure gli ammonimenti a prendere esempio dall’Ucraina, un monito che suona come una minaccia velata per chi osa guardare troppo a Ovest.

L’occhio di Roma sul Caucaso

Tra coloro che monitorano la regolarità del voto c’è anche un italiano, anzi, un varesino doc: Alessandro Alfieri. Il senatore del Partito Democratico, che attualmente ricopre il ruolo di capogruppo del Pd in Commissione Esteri e Difesa a Palazzo Madama, siede infatti tra i banchi dell’Assemblea parlamentare dell’Osce. La sua presenza, sebbene istituzionale, sottolinea l’attenzione che l’Europa sta riservando a questa partita geopolitica.

Il confronto è ormai a senso unico solo nei sondaggi, che danno il partito di Pashinyan nettamente avanti (oltre il 30% delle intenzioni di voto) sulle opposizioni, ma resta da verificare l’impatto delle operazioni russe sul voto finale.

La resa dei conti sul Karabakh e la paura dell’opposizione

Il fronte avverso a Pashinyan è rappresentato principalmente dall’oligarca Samvel Karapetyan, leader di ‘Armenia Forte’, che si presenta agli elettorali nonostante si trovi attualmente agli arresti domiciliari. La sua coalizione, sostenuta da Mosca, gioca la carta del ritorno al passato, promettendo un rafforzamento dell’alleanza strategica con la Russia e criticando aspramente la gestione della crisi del Karabakh. Quella regione, teatro del sanguinoso conflitto che ha visto l’esodo della popolazione armena nel 2023, è il fantasma che aleggia su ogni cabina elettorale.

La sconfitta militare e la percezione di essere stati abbandonati da Mosca (che non è intervenuta a proteggere l’alleato) sono state la molla che ha spinto Pashinyan a cercare nuovi partner in Occidente; ora, il responso delle urne dirà se gli elettori intendono premiare questa scommessa rischiosa o se preferiranno tornare a ripararsi sotto il parafulmine del Cremlino, nonostante le ricattatorie pressioni degli ultimi mesi.

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