Afrika Bambaataa, morto a 68 anni il ‘padre’ dell’hip hop tra genio musicale e accuse mai dimenticate
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Aveva trasformato la rabbia del Bronx in beat universali, e l’annuncio della sua scomparsa, arrivato nella notte tra mercoledì e giovedì 9 aprile 2026, ha trovato conferma attraverso una nota ufficiale della sua storica etichetta, la Tommy Boy Records. Afrika Bambaataa, nome d’arte di Lance Taylor, si è spento all’età di 68 anni in Pennsylvania a causa di complicazioni dovute a un cancro, come riportato da fonti vicine alla famiglia e ripreso dall’agenzia di stampa tedesca dpa. La notizia, diffusa inizialmente dal portale Tmz, ha scosso il mondo della musica, sebbene il suo lascito – è bene dirlo subito – sia tutt’altro che lineare: da un lato c’è il visionario che ha insegnato a ballare il pianeta, dall’altro l’uomo che ha dovuto affrontare pesanti accuse di abusi sui minori, le quali hanno offuscato gli ultimi anni della sua carriera.
Dal carcere e dalle gang alla nascita della Zulu Nation
Per capire chi fosse Bambaataa, bisogna tornare a New York negli anni Settanta, quando lui, cresciuto in un complesso popolare del Bronx, decide di abbandonare la vita di strada dopo aver scalato i ranghi dei Black Spades, una delle gang più temute della metropoli. Proprio l’esperienza della violenza giovanile lo portò a immaginare un’alternativa creativa per i ragazzi del quartiere, e fu così che nel 1973 fondò la Universal Zulu Nation, un’organizzazione che – mescolando ideali afrocentrici con la cultura delle block party – cercava di trasformare la guerra tra bande in una sfida sui break dance e sui graffiti. È in questo contesto, dove il ritmo della musica funk e della disco si sposava con le prime sperimentazioni elettroniche, che Bambaataa affinò la sua arte, diventando rapidamente un punto di riferimento accanto ad altri giganti come Kool Herc e Grandmaster Flash.
“Planet Rock” e il suono del futuro che veniva dalla Germania
Se la sua influenza sociale è stata rilevante, quella musicale è stata semplicemente epocale. Nel 1982, Bambaataa e il suo gruppo Soulsonic Force pubblicarono “Planet Rock”, un singolo destinato a cambiare per sempre il corso della musica popolare. Il brano, che conteneva un campionamento ripreso dai tedeschi Kraftwerk – in particolare dalla melodia di “Trans-Europe Express” – e l’uso massiccio del sintetizzatore Roland TR-808, gettò le basi per l’electro-funk e influenzò profondamente generi come la techno e la house. «Party people!», la celebre esclamazione incisa nel vinile, divenne un richiamo globale: l’estetica del DJ non era più confinata ai palazzoni del South Bronx, ma raggiungeva le piste da ballo di tutto il mondo, unendo la cultura nera all’avanguardia europea in un modo che nessuno aveva mai osato fare prima.
Il crollo della reputazione: gli abusi e la condanna civile
La parabola di Bambaataa, tuttavia, ha subito una brusca interruzione nel 2016, quando la sua immagine pubblica è stata devastata dalle accuse di molestie sessuali. Ronald Savage, ex dirigente discografico, fu il primo a rompere il silenzio, raccontando di essere stato abusato dall’artista all’inizio degli anni Ottanta, quando lui aveva solo 15 anni. A quelle dichiarazioni ne seguirono presto altre, e la Universal Zulu Nation fu costretta a prendere le distanze dal suo fondatore, rilasciando persino una lettera di scuse pubblica nei confronti delle presunte vittime. Bambaataa ha sempre negato ogni addebito e non ha mai riportato condanne penali, ma nel 2025 ha perso una causa civile intentata contro di lui per abusi e traffico di minori, dopo aver deciso di non presentarsi in tribunale.
Kurtis Blow, oggi a capo della Hip Hop Alliance, ha commentato la scomparsa definendolo un «architetto fondamentale» della cultura hip hop, riconoscendo allo stesso tempo – come del resto hanno fatto molti nel settore – che la sua eredità rimane profondamente “complessa”. Una complessità che forse racchiude tutta l’ambivalenza di una certa controcultura americana: capace di elevare le masse con la forza della creatività, ma segnata da zone d’ombra che né il tempo né la fama possono cancellare.




