Addio ad Afrika Bambaataa, il pioniere del rap che portò il Bronx nel mondo tra “Planet Rock” e le ombre della giustizia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se si ascolta oggi “Planet Rock”, quel singolo del 1982 che molti considerano l’antesignano di un suono poi diventato mainstream, si fa fatica a cogliere la portata della sua rivoluzione. Eppure, la semplicità quasi primitiva di quelle soluzioni stilistiche – concepite in qualche scantinato del Bronx tra lo scratch di un vinile fatto girare a vuoto e il fruscio della puntina sui solchi – ha avuto un’eco talmente duratura da collocare il suo autore, Afrika Bambaataa, sul podio dei padri fondatori dell’hip-hop. Morto ieri in Pennsylvania a 68 anni, stroncato da un cancro che lo affliggeva da tempo, Bambaataa lascia un’eredità musicale incalcolabile, segnata però da vicende giudiziarie che ne hanno offuscato la figura pubblica negli ultimi dieci anni.
Nato Lance Taylor il 17 aprile 1957, Bambaataa crebbe nel crogiolo sociale del Bronx, un territorio difficile dove l’adolescenza lo vide dapprima militare nelle gang, in particolare nei Black Spades, arrivando a ricoprire il ruolo di “warlord”. Fu proprio quella esperienza sul filo del rasoio a trasformarsi, paradossalmente, nello strumento di pacificazione che lo rese celebre: tra la metà e la fine degli anni Settanta, fondò la Universal Zulu Nation. L’organizzazione, nata per incanalare la creatività giovanile lontano dalla violenza, promuoveva i principi di pace, unità e divertimento, utilizzando le feste di blocco – dove il suo giradischi dialogava con quello del vicino di pianerottolo – come veicolo di aggregazione sociale.
L’esplosione dell’electro-funk e il successo globale
Sul piano strettamente musicale, il contributo di Bambaataa fu decisivo per aprire le porte dell’hip-hop alle contaminazioni elettroniche. Ispirandosi ai tedeschi Kraftwerk, nel 1982 confezionò “Planet Rock”, un brano che di fatto inventò il genere electro-funk e che, grazie a campionamenti digitali all’epoca pionieristici, portò il rap fuori dai confini newyorkesi. La sua abilità nel mescolare generi diversi – dal funk alla musica industriale – lo rese un ambasciatore globale della cultura hip hop, contribuendo a progetti politicamente impegnati come la celebre “Sun City” del 1985, nata per protestare contro l’apartheid in Sudafrica. Insomma, se DJ Kool Herc e Grandmaster Flash ne avevano gettato le basi tecniche, fu lui a dare all’hip-hop un passaporto per il mondo, trasformando un fenomeno di nicchia in un movimento culturale globale.
Le accuse di abusi e la rimozione dalla Zulu Nation
Tuttavia, mentre la sua musica continuava a viaggiare, la vita privata di Bambaataa subiva un’oscura virata. A partire dal 2016, emersero le prime accuse di abusi sessuali su minori, mosse da più uomini che lo indicavano come l’artefice di violenze risalenti agli anni Ottanta e Novanta. Difesosi inizialmente definendo le accuse “infondate” e un vigliacco tentativo di sporcare la sua reputazione, Bambaataa fu costretto a farsi da parte, lasciando la guida della Universal Zulu Nation proprio nel 2016. L’organizzazione stessa, anni dopo, arrivò a porgere le proprie scuse pubbliche alle vittime, ammettendo che alcuni membri erano a conoscenza dei fatti ma avevano scelto di non denunciarli.
La condanna civile e la morte in Pennsylvania
Il capitolo giudiziario non si è chiuso nemmeno con la malattia che lo ha consumato negli ultimi tempi. Nel 2025, Bambaataa ha perso una causa civile intentata da un presunto sopravvissuto, che lo accusava di quattro anni di abusi iniziati quando la vittima aveva appena 12 anni. L’esito del processo, arrivato per default dopo la sua mancata comparizione in tribunale, ha aggiunto una pietra tombale giudiziaria a un’eredità artistica già pesantemente compromessa. E mentre la Hip Hop Alliance ne riconosce il ruolo di “architetto fondatore”, lo stesso esecutore Kurtis Blow ha sottolineato come si tratti di un lascito “complesso”, costringendo gli addetti ai lavori a fare i conti con una narrazione ormai divisa in due: da un lato il genio creativo che ha scolpito il suono del futuro, dall’altro l’uomo condannato (almeno civilmente) per le proprie azioni, morto ieri a Filadelfia intorno alle tre del mattino.




