Baghdad manifesta per Teheran mentre i raid colpiscono la capitale iraniana
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Redazione Esteri
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La giornata di venerdì, l’ultima del mese sacro del Ramadan, ha offerto l’occasione per una dimostrazione di sostegno all’Iran in Iraq, mentre la capitale iraniana subiva nuovi attacchi. Centinaia di persone, tra cui membri e sostenitori delle milizie sciite irachene, hanno sfilato a Baghdad in occasione del Quds Day, la ricorrenza istituita dopo la rivoluzione islamica del 1979 per esprimere solidarietà alla causa palestinese e che quest’anno, inevitabilmente, ha assunto anche i contorni di una manifestazione di appoggio a Teheran, martellata ormai da due settimane dalle forze statunitensi e israeliane. Al grido di “morte all’America” e “Allahu Akbar”, il corteo ha attraversato la capitale irachena in un’esplosione di fede e militanza che riecheggiava quanto, contemporaneamente, stava accadendo nelle strade di Teheran, seppur in un contesto radicalmente diverso.
Nella capitale iraniana, infatti, le manifestazioni ufficiali per la Giornata di Gerusalemme sono state segnate dal sangue. Proprio mentre migliaia di persone, tra cui alti funzionari del regime come il presidente Masoud Pezeshkian e il potente Ali Larijani, partecipavano alla sfilata per ribadire la determinazione del Paese, le difese aeree sono state nuovamente messe alla prova. Un raid, rivendicato dalle Forze di Difesa israeliane che avevano poco prima diramato un avvertimento alla popolazione, ha preso di mira un’area nei pressi del raduno, causando almeno una vittima. Un episodio che ha interrotto bruscamente i cori e ha costretto i partecipanti a disperdersi, mentre i soccorritori della Mezzaluna Rossa, come documentato in diverse zone della città, setacciavano tra le macerie dei quartieri Javadiyeh e Beryanak alla ricerca di sopravvissuti.
Una città sotto un doppio assedio, tra bombe e repressione
La situazione a Teheran, del resto, è ormai al collasso. Dall’inizio dell’offensiva congiunta statunitense-israeliana, iniziata il 28 febbraio con l’operazione definita “Epic Fury” da Washington e “Lion’s Roar” da Tel Aviv, la città è piegata da una morsa letale. Se da un lato gli aerei nemici solcano i cieli colpendo obiettivi strategici – nella giornata di sabato è stato preso di mira il complesso di telecomunicazioni Baba Taher nella città di Hamadan, mentre nuove esplosioni e colonne di fumo si levavano su Isfahan – dall’altro le forze di sicurezza iraniane stringono la morsa a terra, pattugliando incessantemente le strade e reprimendo ogni possibile dissenso. I cortei antigovernativi che avevano caratterizzato le prime ore del conflitto, quando una parte della popolazione aveva tentato di approfittare del caos per protestare contro gli ayatollah, hanno ormai lasciato il passo a una nuova e feroce repressione.
I Guardiani della Rivoluzione, attraverso i pasdaran e le milizie bassij, hanno ripreso il pieno controllo della capitale, e le loro minacce di una repressione senza precedenti in caso di nuove protese riecheggiano in una città dove la connessione internet è assente ormai da giorni. Nel frattempo, la macchina bellica iraniana non è rimasta inerme. In risposta agli attacchi, il delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha lanciato la cinquantunesima ondata dell’Operazione True Promise 4, una serie di attacchi missilistici e con droni contro basi militari statunitensi sparse in tutta la regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, passando per il Kuwait e la Giordania, nel tentativo di colpire quelle che definisce le “basi dell’esercito terrorista americano” ritenute responsabili delle aggressioni.
La guerra si allarga: missili abbattuti e obiettivi civili
Il conflitto, lungi dal rimanere circoscritto ai confini iraniani, sta assumendo proporzioni regionali sempre più vaste. Venerdì, un missile iraniano diretto verso Israele è stato intercettato dalle difese NATO mentre sorvolava lo spazio aereo della Turchia, un episodio che testimonia la complessità e la pericolosità della situazione. Nello stesso momento, razzi e droni hanno preso di mira anche obiettivi in Israele, con un attacco a Zarzir che ha provocato decine di feriti, mentre l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti su Libano e Siria, colpendo infrastrutture e postazioni di Hezbollah e delle milizie filoiraniane. A Tel Aviv, una manifestazione contro la guerra è stata bruscamente interrotta dalle sirene d’allarme, costringendo i partecipanti a riversarsi nei rifugi.
Ma è la natura stessa dei bersagli colpiti a sollevare il maggior numero di interrogativi. Teheran ha denunciato che, dopo aver fallito nel tentativo di sopraffare le forze armate regolari, il “nemico sionista-americano sconfitto” avrebbe spostato la sua attenzione su “vili attacchi contro industrie civili”. Nelle ultime 48 ore, diverse fabbriche sarebbero state colpite, causando quella che la propaganda ufficiale definisce la “morte di cari lavoratori” e chiedendo ai residenti vicini a stabilimenti con azionisti americani di allontanarsi temporaneamente. Un’accusa grave, che se confermata segnerebbe un’ulteriore escalation nel conflitto, portando la distruzione direttamente nel cuore del tessuto produttivo e civile del Paese, e che trova riscontro nei rapporti della Mezzaluna Rossa che parlano di quasi 20mila abitazioni danneggiate e centinaia di vittime civili.




