I cento giorni del grande bugiardo: Trump e la menzogna come arma di potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Donald Trump, tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, ha celebrato i primi cento giorni con un comizio in Michigan che, più che un bilancio, è sembrato una raffica di affermazioni fuorvianti. Se è vero che la politica ha sempre fatto ricorso alla menzogna, nel caso dell’ex tycoon newyorkese la distorsione della realtà assume contorni inediti, trasformandosi in una strategia sistematica.

A Warren, davanti a una folla plaudente, ha sostenuto di aver "ripristinato la libertà di parola" negli Stati Uniti, vietando ogni censura governativa. Una tesi che stride con i fatti: durante la sua presidenza, le critiche ai media "nemici" e le pressioni sulle piattaforme digitali hanno anzi alimentato accuse di autoritarismo. Quella che Trump definisce "libertà" sembra coincidere, piuttosto, con l’assenza di voci dissonanti.

Tra balli e battute, il presidente non ha rinunciato ai toni divisivi, attaccando i giudici che ostacolano la sua linea sull’immigrazione e definendo gli avversari "uomini di sinistra radicale, non stupidi ma malati". Un linguaggio che riflette una polarizzazione ormai strutturale, dove il conflitto è elevato a strumento di consenso.

Sul piano economico, i grafici degli ultimi mesi raccontano un’altra storia: quella di un’amministrazione che, nonostante i proclami, ha lasciato dietro di sé un’onda d’incertezza. La "Pax americana", quel ruolo di garante degli equilibri globali che Washington ha ricoperto per decenni, appare oggi più fragile. Trump ha scelto di puntare sull’imprevedibilità, ma il prezzo di questa strategia si misura in instabilità di mercato e tensioni geopolitiche.

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