Don Andrea Gallo e il G8 di Genova: il senso profondo di una stagione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Oggi è il mio compleanno. Se a 73 anni si può avere una nuova giovinezza, io l’ho trovata qui». Pronunciò queste parole, don Andrea Gallo, il 18 luglio 2001, a piazzale Kennedy, durante il concerto di Manu Chao che aprì le giornate del G8 di Genova. In quella frase, pronunciata a pochi giorni dai fatti che avrebbero segnato la storia del movimento altermondialista, c’era già il senso profondo del suo rapporto con quella stagione di mobilitazione e con i ragazzi che avevano scelto di autorappresentarsi senza delegare a nessuno quel compito.

Don Gallo, sacerdote di frontiera noto a Genova per il suo impegno con la Comunità di San Benedetto al Porto, che accoglieva tossicodipendenti e persone in difficoltà, era da sempre una figura scomoda per le gerarchie ecclesiastiche. Il suo carisma, il cappello in testa e il sigaro in bocca lo rendevano riconoscibile, una sorta di icona di un cattolicesimo militante e popolare che ben presto si sarebbe intrecciato con le istanze dei movimenti no global.

Il G8 di Genova, per lui, rappresentò l’apice di questo impegno, il momento in cui la sua predicazione, spesso giudicata troppo politica dalla Curia, trovava un palcoscenico mondiale.

«Un altro mondo è possibile»

Il movimento che si radunò a Genova tra il 19 e il 22 luglio 2001 era l’erede di quella che i media avevano definito la «nascita del movimento altermondialista» a Seattle nel 1999, quando decine di migliaia di persone avevano protestato contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

L’appello del Genoa Social Forum, che coordinava le manifestazioni, ribadiva un concetto chiave per don Gallo e per l’intero movimento: «È questione di democrazia saper rispondere delle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce… Anche il diritto a manifestare è questione di democrazia». La frase, che don Gallo fece sua, era il manifesto di una generazione che non si riconosceva nelle politiche neoliberiste e che rivendicava spazi di partecipazione diretta, lontani dalla mediazione della politica tradizionale.

La zona rossa e la repressione

A Genova, la città fu divisa in due: la zona rossa, blindata per proteggere i leader del G8, e il resto della città, lasciato in balia delle tensioni. La gestione dell’ordine pubblico si rivelò durissima. Il 21 luglio, il corteo autorizzato venne caricato con violenza e, durante gli scontri, il giovane Carlo Giuliani perse la vita, colpito da un proiettile sparato da un carabiniere. Don Gallo, che aveva visto l’attacco al corteo, parlò di «una vera imboscata».

La notte successiva, la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, dove alloggiavano i manifestanti, e nella caserma di Bolzaneto, mettendo in atto violenze che sarebbero finite sotto la lente della magistratura e di Amnesty International. Per quei fatti, solo alcuni agenti vennero condannati, spesso per reati minori o per falso, e gran parte delle violenze rimase impunita a causa della prescrizione.

L’eredità di una stagione

Quella settimana, per molti, fu una ferita aperta. La redazione del manifesto, come si racconta, si riempì di fotografie che documentavano ciò che accadeva. Forse non si è raccontato abbastanza il desiderio di autorappresentazione di quei ragazzi, che prima della diffusione dei cellulari con fotocamera e dei social network, si riunirono, discussero e manifestarono, vivendo la politica come esperienza diretta e collettiva. Don Andrea Gallo, che di quella generazione era un punto di riferimento, fu testimone e parte attiva di quel tentativo di costruire «un altro mondo possibile».

A distanza di anni, mentre le questioni da lui sollevate restano aperte, la sua figura e quella di quei giorni a Genova ricordano una stagione in cui la democrazia sociale sembrava poter trovare una nuova espressione nelle piazze.

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