G8 di Genova, 25 anni dopo la ferita è ancora aperta: dai saccheggi alla morte di Carlo Giuliani
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Redazione Interno
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Il 20 luglio saranno trascorsi 25 anni da quel G8 che per primo metteva assieme i Grandi della Terra. Un summit, però, passato alla storia per le violenze tra manifestanti e forze dell'ordine, le devastazioni della città, la morte di Carlo Giuliani – il 23enne ucciso da un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica, di poco più giovane di lui – e l'irruzione notturna della polizia nella scuola Diaz, centro stampa e dormitorio per il Genoa Social Forum, e poi il trasferimento alla caserma di Bolzaneto.
Venticinque anni dopo, quella ferita è ancora aperta e la città si prepara a ricordare quei giorni convulsi, segnati da una spirale di violenza che avrebbe cambiato per sempre il rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
La città blindata e la genesi degli scontri
Era il luglio del 2001 quando Genova si trasformò in una fortezza assediata. I leader dei paesi più industrializzati del mondo – tra cui Silvio Berlusconi, George W. Bush e Vladimir Putin – si riunivano a Palazzo Ducale per discutere delle sorti della globalizzazione. Fuori, le piazze si riempivano di decine di migliaia di manifestanti provenienti da tutta Italia e dall'Europa, riuniti sotto le sigle del movimento no-global e del Genoa Social Forum, una rete che contava 1.197 realtà associate, di cui 900 italiane.
L'aria era carica di aspettative e di speranza, prima che la tensione degenerasse in quella che Amnesty International avrebbe definito la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale.
La morte di Carlo Giuliani e la "macelleria messicana"
Il culmine della violenza si raggiunse il 20 luglio in piazza Alimonda, dove Carlo Giuliani venne colpito a morte da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. Le immagini del giovane manifestante riverso a terra fecero il giro del mondo, ma la notte successiva portò con sé un altro incubo. Il blitz delle forze dell'ordine nella scuola Diaz – definita subito una "macelleria messicana" per la brutalità con cui vennero trattati i presenti – e i pestaggi nella caserma di Bolzaneto segnarono un punto di non ritorno.
Come racconta l'ex pm Enrico Zucca, che indagò sulla Diaz, i poliziotti coinvolti mentirono e nessuno di loro ha mai detto la verità. "C'è voluto poco a capire che quei poliziotti, la spina dorsale della polizia italiana, avevano mentito", ha dichiarato Zucca in una recente intervista.
La globalizzazione tradita e il silenzio di una generazione
I manifestanti di allora avevano individuato con chiarezza i mali di un sistema economico che stava producendo disuguaglianze e sfruttamento, temi che oggi, a distanza di un quarto di secolo, appaiono più attuali che mai. Emiliano Galanti, uno dei 300 ravennati partiti per Genova, ha sottolineato come la repressione abbia spento i riflettori su queste rivendicazioni, zittendo una generazione che sarebbe poi "ripiegata nel privato".
Anche Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum, ha parlato di un trauma profondo: la scoperta che lo Stato, deputato alla difesa dei diritti, si era trasformato in "carnefice". Eppure, come ricordano gli attivisti, il dissenso di piazza oggi viene gestito con le stesse logiche, e la paura di manifestare è diventata un'eredità pesante da portare.
Le condanne e la memoria di una ferita aperta
Le inchieste giudiziarie portarono a decine di condanne per i funzionari e gli agenti coinvolti nelle violenze alla Diaz e a Bolzaneto. Tuttavia, come ha sottolineato lo stesso Zucca, molti di quei condannati sono poi rientrati in servizio e alcuni sono stati persino promossi, senza che venissero applicate sanzioni disciplinari proporzionate alla gravità dei reati commessi. Una circostanza che getta un'ombra sulla capacità dello Stato di fare piena chiarezza su quanto accaduto.
A 25 anni di distanza, la sindaca di Genova Silvia Salis ha definito il G8 una "ferita amara e indelebile", un monito per le istituzioni e per il diritto a manifestare, mentre molte voci si chiedono se un'altra Genova possa ripetersi.




