G8 di Genova, 25 anni dopo: la ferita ancora aperta tra verità storica e mancata giustizia
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Redazione Interno
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Venticinque anni fa, in questi stessi giorni di luglio, Genova era la capitale del mondo. Da una parte gli otto grandi chiusi nella zona rossa, dall'altra 300mila persone arrivate da ogni continente per dire no a un modello di globalizzazione percepito come ingiusto ed escludente. Di quelle giornate la memoria pubblica ha trattenuto soprattutto le ferite, e tra queste la più profonda resta quella di Carlo Giuliani, il ragazzo di 23 anni ucciso in piazza Alimonda da un colpo di pistola esploso da un carabiniere.
Un quarto di secolo dopo, il G8 di Genova non è solo una pagina di storia, ma un capitolo ancora aperto della nostra coscienza civile, un intreccio complesso di violenze, processi e interrogativi mai sopiti che continua a interpellare il Paese sulle responsabilità politiche e sul peso della verità giudiziaria.
La giornata che cambiò il volto del vertice
Il 20 luglio 2001 era il giorno dell'apertura ufficiale del G8 a Palazzo Ducale. All'interno della zona rossa, i capi di Stato e di governo dei paesi più industrializzati, tra cui il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, il presidente statunitense George W. Bush, il presidente russo Vladimir Putin e il premier britannico Tony Blair, sedevano attorno al tavolo per discutere di economia globale e politica internazionale. Fuori dalle mura blindate, tuttavia, la città era già in subbuglio da ore.
Nel primo pomeriggio, decine di migliaia di manifestanti, riuniti nelle piazze tematiche, avevano dato il via alla prima azione di protesta simbolica contro il vertice: sdraiarsi a terra per violare idealmente la zona rossa. Ma ciò che era iniziato come una giornata di protesta pacifica, organizzata dal Genoa Social Forum (un network che riuniva oltre 1.100 gruppi e associazioni), degenerò rapidamente in violenza. L'infiltrazione di frange estremiste, i cosiddetti black bloc, trasformò le strade di Genova in un campo di guerriglia urbana.
Bancomat, vetrine, auto e cassonetti vennero dati alle fiamme, mentre le forze dell'ordine rispondevano con cariche e un fitto lancio di lacrimogeni.
Piazza Alimonda, le 17.27: la morte di Carlo Giuliani
Il momento più drammatico della giornata maturò intorno alle 17.30. In piazza Alimonda, un Defender blindato dei carabinieri, rimasto isolato dal resto del reparto durante gli scontri in via Tolemaide, venne circondato da un gruppo di manifestanti. Tra questi c'era Carlo Giuliani, 23 anni, volto coperto da un passamontagna. Le immagini di quei secondi fatali sono rimaste impresse nella memoria collettiva: il ragazzo che solleva un estintore rosso davanti al mezzo, e dal vetro posteriore infranto del Defender parte un colpo di pistola.
Il proiettile, esploso dal carabiniere ausiliario Mario Placanica, all'epoca ventenne, raggiunse Giuliani alla testa, uccidendolo sul colpo. Il corpo del giovane venne poi investito dal Defender che tentava di allontanarsi dalla piazza. La notizia della morte si diffuse rapidamente, trasformando quella che sarebbe dovuta essere una manifestazione di protesta in una tragedia nazionale.
Il nome di Carlo Giuliani divenne il simbolo di una generazione che chiedeva "un mondo diverso è possibile", e la sua immagine, steso a terra in una pozza di sangue, l'icona indelebile delle contraddizioni e della violenza di quei giorni.
Le notti della Diaz e di Bolzaneto: la "macelleria messicana"
La violenza del G8 di Genova non si esaurì con la morte di Carlo Giuliani. Il giorno successivo, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, le forze dell'ordine fecero irruzione nella scuola Diaz, adibita a dormitorio per i manifestanti e centro stampa. Quell'operazione, definita dallo stesso vicequestore Michelangelo Fournier una "macelleria messicana", si trasformò in un vero e proprio pestaggio ai danni di attivisti e giornalisti che dormivano nei sacchi a pelo.
Decine di persone vennero picchiate e portate via in barella, sanguinanti e ferite, mentre gli agenti, secondo quanto emerso nei processi, avrebbero persino introdotto molotov per giustificare gli arresti. A completare il quadro di una repressione spietata fu la caserma di Bolzaneto, dove vennero condotti molti dei fermati.
Qui, i manifestanti subirono trattamenti degradanti e torture: costretti a stare ore in piedi con le mani alzate, senza poter andare in bagno o ricevere cure mediche, vennero insultati con epiteti fascisti, nazisti e razzisti, con minacce a sfondo sessuale per le donne presenti.
Le sentenze e la mancata giustizia
Le vicende giudiziarie che seguirono il G8 di Genova sono state lunghe e tormentate, lasciando un senso di profonda insoddisfazione. Il carabiniere Mario Placanica, responsabile dello sparo che uccise Carlo Giuliani, fu indagato per omicidio ma venne prosciolto in primo grado e poi in Cassazione, con la motivazione che aveva agito per legittima difesa e nell'uso legittimo delle armi. Una sentenza che la famiglia Giuliani non ha mai accettato, continuando a chiedere verità e responsabilità politiche.
Placanica, che lasciò l'Arma nel 2005 per cause di servizio legate a disturbi dell'ansia, ha raccontato in un'intervista di essersi sentito "abbandonato come un cane" dalle istituzioni, descrivendo una vita segnata dalla solitudine e da problemi di salute mentale. Per i fatti della scuola Diaz, le condanne definitive del 2012 accertarono il falso aggravato nella costruzione delle prove da parte di funzionari e dirigenti di polizia, mentre per gli episodi di Bolzaneto, nel 2013 la Cassazione confermò le condanne per violenze e umiliazioni.
In molti casi, tuttavia, i reati sono caduti in prescrizione o sono stati derubricati, e nessuno dei responsabili ha mai scontato un giorno di carcere. La Corte europea dei diritti umani condannò l'Italia per la mancanza di una norma specifica che punisse la tortura, un vuoto legislativo colmato solo nel 2017, ma che continua a essere oggetto di dibattito politico.




