Genova 2001, venticinque anni dopo: il ricordo di Carlo Giuliani e le ferite ancora aperte del G8

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era il luglio del 2001 quando Genova si trasformò nel teatro di una delle pagine più buie della storia repubblicana italiana. Venticinque anni sono passati da quei giorni di fuoco, in cui il sogno di "un altro mondo possibile" si scontrò con la dura realtà di una repressione che avrebbe segnato per sempre il movimento no-global e l'immagine stessa del Paese.

Oggi, a distanza di un quarto di secolo, la città ligure si appresta a ricordare quanto accaduto tra il 19 e il 21 luglio, con un fitto calendario di eventi che includono mostre fotografiche, spettacoli teatrali, dibattiti e tre manifestazioni di piazza, in un tentativo di ricucire il rapporto con una memoria che ancora fatica a trovare una narrazione condivisa.

Il ricordo di Elena Giuliani e il peso di una verità negata

A fare da apripista alle commemorazioni è stata Elena Giuliani, sorella di Carlo, il giovane attivista di 23 anni ucciso il 20 luglio 2001 in piazza Alimonda da un colpo di pistola sparato dal carabiniere Mario Placanica. Intervenuta all'assemblea del movimento No Kings a Palazzo Ducale, la donna ha aperto l'incontro con un appello alla mobilitazione, sottolineando come il tempo non abbia attenuato il dolore per una perdita che definisce "come tutte le ingiustizie del mondo su cui si deve combattere e lottare ancora".

Le sue parole riecheggiano in una città che, venticinque anni dopo, si interroga ancora su come sia stato possibile che un ragazzo venisse ucciso nel corso di una manifestazione di piazza e su come le istituzioni abbiano gestito le fasi successive, tra archiviazioni e processi che non hanno mai fatto piena luce sulle responsabilità.

La tragica giornata di piazza Alimonda e la solitudine di Placanica

Il cuore della vicenda rimane quel pomeriggio di luglio in cui la jeep dei carabinieri, rimasta isolata in piazza Alimonda, venne accerchiata dai manifestanti. Mario Placanica, all'epoca un giovane carabiniere ausiliario di vent'anni, si trovò a gestire da solo una situazione che definì di "grave pericolo". Dalla sua pistola partirono due colpi: uno dei proiettili colpì un sasso, deviando e uccidendo Carlo Giuliani.

Nel corso degli anni, Placanica ha più volte raccontato il suo punto di vista, parlando di un'organizzazione carente sia da parte delle forze dell'ordine che dei manifestanti, e dichiarando di aver sparato "per allontanarli, non per colpire".

A distanza di venticinque anni, l'ex militare vive una condizione di isolamento e disagio, raccontando di essere stato "abbandonato come un cane alla mia solitudine", un uomo la cui vita è stata distrutta da quella vicenda, tra problemi di salute e la perdita del lavoro a causa di una denuncia per violenza sessuale da cui è stato poi assolto.

Le ferite della Diaz e di Bolzaneto, un sistema di violenza

L'uccisione di Carlo Giuliani, sebbene sia l'episodio più drammatico, rappresenta solo la punta dell'iceberg di una strategia repressiva che si è manifestata con particolare violenza nella notte tra il 20 e il 21 luglio alla scuola Diaz e successivamente nella caserma di Bolzaneto. Decine di manifestanti, molti dei quali inermi e in stato di fermo, vennero selvaggiamente picchiati dalle forze dell'ordine in quella che i magistrati avrebbero definito una "macelleria messicana".

La sentenza della Cassazione del 2012 parlò di atti che "hanno prodotto il degrado dell'onore dell'Italia nel mondo", condannando alcuni alti dirigenti della polizia per i fatti della Diaz. Tuttavia, la ferita è rimasta aperta anche per quelle vittime, che videro i processi contro i manifestanti partire prima e con più facilità rispetto a quelli contro gli agenti, in un'inversione di ruoli che ha contribuito a minare la fiducia nelle istituzioni.

Un patrimonio di lotte e il monito per il futuro

Il G8 di Genova non è stato solo repressione. Per molti, quei giorni rappresentarono l'apice di un movimento globale che metteva al centro temi come la giustizia sociale, l'abolizione del debito dei paesi poveri e i diritti civili. Come ricorda un podcast di Radio3 dedicato all'evento, fu "la prima volta nella storia che il dissenso e la protesta vengono incarnati da un movimento di massa che non rivendica niente per sé stesso, ma chiede giustizia per tutti".

Oggi, a venticinque anni di distanza, mentre le mostre fotografiche e i cortei provano a ricollegare passato e presente, l'eredità di Genova si traduce anche in una domanda sul presente. Il fumettista Zerocalcare, che partecipò a quelle giornate, ha osservato come oggi "il conflitto di piazza ormai è quasi azzerato", e come i giovani che protestano vengano spesso criminalizzati, segno che "non si sia imparato niente" da quella lezione di storia.

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