G8 Genova, 25 anni fa la morte di Carlo Giuliani: la ferita ancora aperta

G8 Genova, 25 anni fa la morte di Carlo Giuliani: la ferita ancora aperta
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Venticinque anni fa, in una calda giornata di luglio, Genova si trasformò in un campo di battaglia. Era il 20 luglio 2001, il giorno in cui i leader degli otto Paesi più industrializzati del mondo si riunivano a Palazzo Ducale per discutere delle sorti dell'economia globale. Ma fuori dalla zona rossa, blindata e presidiata da un imponente dispositivo di sicurezza, la città era teatro di una guerriglia urbana che avrebbe segnato per sempre la storia italiana.

Quel giorno, alle 17 e 27 minuti, in piazza Alimonda, un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani, veniva ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere di leva. Un evento tragico, che rappresentò solo l'apice di una spirale di violenza che, nei giorni successivi, avrebbe coinvolto la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto, lasciando una scia di feriti, abusi e interrogativi sulla gestione dell'ordine pubblico che ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo, non hanno trovato piena risposta.

I fatti di piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani

Il clima a Genova era teso fin dalle prime ore del mattino. I cortei dei manifestanti no-global, che avevano animato la città già dal giorno precedente con la grande marcia dei migranti, si erano moltiplicati, mentre frange di black bloc avevano iniziato a seminare il panico tra corso Torino e piazzale Kennedy, dando fuoco a cassonetti e auto e saccheggiando bancomat. Nel primo pomeriggio, mentre i capi di Stato entravano in zona rossa, gli scontri si fecero più violenti.

Il corteo delle Tute Bianche, che scendeva pacificamente dallo stadio Carlini verso la stazione di Brignole, venne caricato dalla polizia in un punto stretto e senza vie di fuga, trasformando la manifestazione in un caos generalizzato. Fu in questo contesto di crescente tensione che un Defender dei carabinieri, rimasto isolato dal resto del reparto, si ritrovò bloccato in piazza Alimonda da un gruppo di manifestanti. All'interno del mezzo, il giovane carabiniere Mario Placanica, all'epoca ventenne, si trovò assediato.

Secondo la ricostruzione dei fatti, mentre gli aggressori lanciavano pietre e oggetti contro il blindato, un estintore venne raccolto da Carlo Giuliani. Placanica, sentendosi in pericolo di vita, esplose due colpi di pistola dalla jeep: uno dei proiettili colpì il ragazzo al volto, uccidendolo. Il Defender, dopo lo sparo, fece retromarcia investendo il corpo di Giuliani mentre cercava di allontanarsi dalla piazza.

La reazione delle istituzioni e il caso Placanica

La morte di Carlo Giuliani gettò nello sgomento non solo i manifestanti ma l'intera opinione pubblica. L'inchiesta sul caso, condotta dal pubblico ministero Silvio Franz, si concluse con l'archiviazione per il carabiniere Placanica, poiché il giudice per le indagini preliminari ritenne che avesse agito per legittima difesa e fatto un uso legittimo delle armi. La decisione, che di fatto prosciolse Placanica dall'accusa di omicidio, non contribuì però a lenire la ferita di quei giorni.

A distanza di anni, lo stesso Placanica ha raccontato il proprio dramma personale, parlando di solitudine e abbandono. In un'intervista, ha dichiarato: "È come se fossi morto anche io a Genova... Hanno distrutto la vita a me e a Carlo", sottolineando come la cattiva organizzazione delle forze dell'ordine e la mancanza di supporto abbiano contribuito al tragico epilogo. Intanto, a testimonianza di un dolore che non si è mai sopito, il luogo della tragedia è diventato un luogo di memoria. Una targa, e successivamente un cippo recante la scritta "Carlo Giuliani, ragazzo. 20 luglio 2001", sono stati collocati in piazza Alimonda per ricordare quel giorno e il giovane manifestante.

Dalla scuola Diaz a Bolzaneto: gli abusi e le condanne

La violenza di quei giorni, però, non si esaurì con la morte di Carlo Giuliani. Nella notte tra il 20 e il 21 luglio, un blitz della polizia fece irruzione nella scuola Diaz, che era stata adibita a centro stampa e dormitorio per molti attivisti del Genoa Social Forum. La retata, che sarebbe poi stata definita dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo come una "macelleria messicana", fu un'operazione brutale che portò al pestaggio e all'arresto indiscriminato di oltre 90 persone, molte delle quali non avevano alcun ruolo negli scontri.

La violenza proseguì nella caserma di Bolzaneto, dove i fermati vennero sottoposti a umiliazioni e abusi. Tra questi, il cronista Marco Persico, allora giornalista, raccontò di essere stato legato con fascette da elettricista, manganellato e tenuto in piedi per ore con le mani al muro, in un clima di terrore che definì come "l'orrore di non capire cosa stesse succedendo".

I processi che seguirono, sebbene lunghi e complessi, portarono a condanne per alcuni degli agenti coinvolti negli abusi di Bolzaneto e per i poliziotti che avevano partecipato all'irruzione alla Diaz, confermando la fondatezza delle accuse di violenza e tortura.

Il ricordo a 25 anni e il corteo "Nessun rimorso"

A venticinque anni di distanza, Genova non ha dimenticato. In queste settimane, un fitto calendario di iniziative, mostre e dibattiti ha animato la città, culminando nella manifestazione nazionale "Nessun rimorso" che ha ripercorso i luoghi simbolo di quelle giornate. Migliaia di persone, tra studenti, attivisti storici e nuovi movimenti, si sono radunate in piazza Alimonda per deporre fiori e due estintori accanto al cippo che ricorda Carlo Giuliani, in un gesto che ha voluto mantenere viva la memoria del ragazzo e di tutte le vittime di quei giorni.

I cori "Carlo è vivo e lotta insieme a noi" e "Siamo tutti Carlo Giuliani" hanno risuonato tra le strade del centro, mentre i partecipanti hanno sfilato sotto gli striscioni, portando con sé fumogeni e cartelli di protesta. Un corteo che, come ha sottolineato Amnesty International, rappresenta ancora oggi un monito sulla più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra.

Il G8 di Genova, quindi, non è solo un ricordo, ma una pagina di storia che continua a interrogare il presente sulla necessità di verità, giustizia e sulla difesa dei diritti fondamentali.

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