Israele ridisegna i confini del nord tra operazioni di terra, ponti distrutti e un conto di vittime che sale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si tratta più, e da tempo ormai, di semplici scaramucce o di una replica degli schemi tattici visti in passato. L’esercito israeliano, le Forze di Difesa Israeliane, stanno portando avanti una riorganizzazione profonda e silenziosa della geometria di sicurezza al confine con il Libano, un’operazione che negli ultimi giorni ha subito un’accelerazione significativa con l’impiego di nuove unità e l’allargamento del raggio d’azione dei bombardamenti. La Divisione 36, una formazione corazzata di rilievo, si è aggiunta alla Divisione 91 già attiva nel sud del Libano, dando vita a quelle che i militari definiscono «attività terrestri mirate» per consolidare una difesa avanzata. Un’espansione sul campo che procede di pari passo con la distruzione sistematica delle infrastrutture viarie, in particolare dei ponti che scavalcano il fiume Litani, una linea naturale che da sempre rappresenta uno spartiacque strategico nella regione. Il portavoce in lingua araba delle IDF, Avichay Adraee, ha chiarito l’obiettivo dietro i recenti attacchi: impedire a Hezbollah di trasferire uomini, sistemi d’arma e rifornimenti verso le aree meridionali, colpendo in particolare i piccoli ponti secondari, quelli che punteggiano il perimetro dei villaggi e garantiscono la mobilità capillare sul territorio.

L’operazione, lungi dall’essere circoscritta a una ristretta fascia di confine, sta producendo effetti devastanti anche lontano dalla linea del fronte, nel cuore pulsante della capitale libanese. Un raid aereo condotto nel quartiere residenziale di Al-Bashoora, a Beirut, ha causato il crollo di un edificio di dieci piani, portando la morte in una zona densamente popolata e facendo salire a decine il numero delle vittime nelle ultime ore. Colpi che non risparmiano nemmeno la città di Sidone, dove un attacco con drone ha preso di mira un’auto, uccidendo due persone tra cui un soccorritore della Protezione Civile, e che si concentrano con particolare intensità sulle stazioni di servizio e le infrastrutture energetiche riconducibili al partito sciita, nel tentativo di minarne le risorse e la capacità di movimento. La strategia appare chiara: colpire non solo i combattenti, ma l’intera rete logistica e di supporto che consente a Hezbollah di operare, creando al contempo le condizioni per uno sfollamento di massa della popolazione civile verso nord, al di là del fiume Zahrani, come da ripetuti ordini di evacuazione diffusi dalle autorità israeliane.

In questo scenario di guerra, un capitolo particolarmente buio e controverso riguarda il sistematico stillicidio di vite tra il personale sanitario. Dal 2 marzo, decine di operatori sanitari e soccorritori sono stati uccisi in quello che Kristine Beckerle, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, non esita a definire «lo stesso copione mortale del 2024», quando le strutture mediche in Libano vennero devastate. Le forze israeliane giustificano questi attacchi sostenendo, sebbene senza fornire prove concrete e verificabili in modo indipendente, che ambulanze e ospedali vengano utilizzati dai miliziani per scopi bellici, perdendo quindi la loro protezione sancita dal diritto internazionale. Un’accusa che il ministero della Salute libanese respinge con fermezza, mentre le organizzazioni umanitarie denunciano un pattern di violazioni che, in assenza di chiare evidenze sull’effettivo uso militare di queste strutture, potrebbe configurare veri e propri crimini di guerra. La protezione dei feriti e di chi li cura, un principio cardine dei conflitti, appare sempre più un’astrazione in questa offensiva.

Manovre a tenaglia e l'aviazione colpisce nel cuore di Beirut

Mentre l’esercito avanza in profondità e l’aviazione martella senza sosta, la risposta di Hezbollah non si è fatta attendere, con lanci di razzi e missili che hanno raggiunto località israeliane, facendo suonare le sirene fin nel distretto di Sharon e nell’area metropolitana di Tel Aviv. I combattimenti terrestri si concentrano ormai in aree strategiche come la città di Khiam, dove le truppe israeliane stanno tentando di sloggiare i miliziani trincerati, e si estendono a macchia d’olio coinvolgendo decine di villaggi frontalieri. Sul piano politico, il presidente libanese Joseph Aoun ha lanciato una proposta di quattro punti per cercare una via d’uscita alla crisi, che prevede negoziati diretti con Israele, un cessate il fuoco e il dispiegamento dell’esercito per disarmare Hezbollah, una prospettiva però immediatamente respinta dal partito sciita, che la considera una resa agli Stati Uniti e allo Stato ebraico. La mediazione internazionale, con la Francia in prima linea, cerca faticosamente uno spiraglio, ma la realtà sul terreno è fatta di macerie, di un numero di vittime in costante aumento, che ha già superato le 27 persone in un solo giorno e toccato quota 968 secondo i dati del ministero della Salute libanese, e di un flusso di sfollati che ha ormai superato il milione di persone, intrappolate in un conflitto dai confini sempre più ampi e indistinti.

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