L'Italia del deconsumo forzato tra bilance e pupazzetti
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Redazione Economia
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L’Italia, che pure aveva sperimentato una ripresa fiorente nell’immediato post-pandemia, vede ormai esaurito quello slancio, ritrovandosi a fronteggiare una fase economica inedita e carica di contraddizioni. Non si tratta, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, di una scelta etica dettata da una rinnovata coscienza ambientale; è piuttosto una questione di pura sopravvivenza dettata dall’inflazione e dall’erosione del potere d’acquisto. La Coop, nel suo ultimo rapporto sui consumi e gli stili di vita degli italiani – divenuto una bussola imprescindibile per interpretare la realtà – ha definito questo periodo “era del deconsumo”, un’epoca in cui si acquista solo lo stretto indispensabile, mettendo da parte il superfluo, dall’ultimo modello di smartphone alle sneakers promosse dagli influencer.
In questo scenario, però, emergono tendenze di consumo apparentemente antitetiche. Accanto al crollo degli acquisti non essenziali, si registra un vero e proprio boom nelle vendite di bilance, sia per pesarsi sia per gli alimenti: nel primo semestre del 2025, infatti, ne sono state vendute oltre 432mila unità, con un incremento del 55,6% rispetto all’anno precedente. Un dato che, se da un lato potrebbe suggerire una maggiore attenzione alla salute e alla dieta, dall’altro è probabilmente indice di un approccio iper-calcolistico alla spesa, dove ogni grammo di alimento deve essere ponderato per non sprecare risorse preziose. Parallelamente, resiste il fenomeno dei pupazzetti collezionabili, come i celebri Labubu cinesi, a dimostrazione di come persista la ricerca di piccoli sfizi, accessibili e consolatori, in un quadro generale di ristrettezze.
Il quadro sociale che fa da cornice a queste dinamiche di consumo è altrettanto complesso e frammentato. I dati occupazionali, seppur in miglioramento con 840 mila lavoratori in più nel primo trimestre del 2025 rispetto al 2019, nascondono profonde insoddisfazioni e criticità. La crescita, infatti, è trainata soprattutto dalle fasce anagrafiche più mature, inclusi i “senior” tra i 65 e i 74 anni e i pensionati che si trovano costretti a prolungare la propria attività lavorativa. A soffrire maggiormente è la fascia centrale, quella dei 35-44enni, mentre tra gli under 35 sembra affermarsi la figura del “poliworker”, abituato a destreggiarsi tra più datori di lavoro o diverse professioni in parallelo per garantirsi un reddito sufficiente.




