Trump a ruota libera: «Prima l’Iran, poi prendo Cuba con una portaerei»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che l’amministrazione Trump abbia ormai da mesi voltato pagina rispetto alle cautele della prima fase del secondo mandato, lo si capisce da certe uscite pubbliche del presidente – quelle che un tempo chiameremmo “a ruota libera” – e che ora, a oltre un anno dalla sua rielezione, tornano a scandire il ritmo della comunicazione della Casa Bianca. L’ultima, in ordine di tempo, arriva da una cena privata del Forum Club a West Palm Beach, in Florida: un contesto protetto, certo, ma le parole di Trump viaggiano veloci, e i fatti di cronaca internazionale che le incorniciano ne amplificano la portata.

Il presidente ha quindi collegato, nel suo intervento, due dossier caldissimi: quello iraniano e quello cubano, con un passaggio che ha strappato risate al pubblico presente. «Prima ne finiremo una, mi piacerebbe concludere il lavoro», ha detto riferendosi all’Iran, «e di ritorno farò sì che una delle nostre grandi unità, forse la portaerei USS Abraham Lincoln – la più grande al mondo – si avvicini a Cuba, si mantenga a circa cento metri dalla costa. E loro ci diranno: “Molte grazie, ci arrendiamo”». Una dichiarazione che mescola minaccia, spettacolo e diplomazia brutale, il tutto mentre il Pentagono ha già comunicato al Congresso – secondo quanto riportato da Cbs – l’intenzione di ritirare cinquemila soldati dalla Germania, segno di una riallocazione delle forze verso altri teatri.

L’ombra dell’Iran e lo scambio tra portaerei e resa

Sullo sfondo c’è naturalmente la guerra in corso contro l’Iran, un conflitto che Trump ha formalmente autorizzato scavalcando i consueti limiti legislativi – come rivelano alcuni dispacci in diretta – e per il quale il presidente ha scritto al Congresso dichiarando «ostilità terminate». Un paradosso solo apparente, perché il nodo non è la fine delle operazioni, ma la loro definizione giuridica: aggirando i paletti, la Casa Bianca si è riservata un margine di manovra notevole. «Non potete dare all’Iran un’arma nucleare», ha ribadito Trump, «perché la userebbero contro Israele molto rapidamente, poi in Medio Oriente e in Europa, e noi saremmo i prossimi».

Proprio dall’evolversi dell’aggressione all’Iran, però, è nato un certo imbarazzo per il presidente e la sua squadra: l’operazione si è rivelata più complessa del previsto, e la narrazione della vittoria rapida ha cominciato a scricchiolare. Da qui, per molti osservatori interni all’amministrazione, il ritorno a un vecchio bersaglio – Cuba – serve a riprendere quota, anche in vista delle elezioni di medio termine.

Nuove sanzioni e il mirino su Cuba: «sicurezza emisferica»

Non si tratta solo di parole, perché accanto alla battuta sulla portaerei Washington ha messo in campo nuovi provvedimenti. Sanzioni aggiuntive contro il governo dell’isola, giustificate ufficialmente con la sicurezza nazionale – o meglio, con la «sicurezza emisferica», visto che nella vulgata trumpiana gli Stati Uniti tendono a conglobare l’intero continente americano sotto la propria responsabilità. Un’impostazione che papa Leone XIV, in un’omelia recente, aveva definito «di onnipotenza», riferendosi proprio al tono con cui Trump aveva già in passato rivendicato diritto di intervento. Ora, quella stessa «onnipotenza» diventa clausola operativa: «Prenderemo Cuba quasi immediatamente», ha scandito il presidente, come se si trattasse di un’operazione di polizia più che di un rovesciamento geopolitico.

Le inchieste parallele: mascherine e Ilaria Salis dalla Germania

Mentre il tycoon gioca la carta cubana per riconquistare attenzione, altre vicende giudiziarie intrecciano la cronaca nazionale e internazionale. Dall’Italia arrivano sviluppi nell’inchiesta sulle mascherine – un filone che aveva segnato le fasi più dure della pandemia – e un’altra inchiesta, stavolta dalla Germania, coinvolge il nome di Ilaria Salis, già nota per precedenti vicende processuali. Due casi distanti tra loro, ma che raccontano la persistenza di un certo modo di fare giustizia oltre confine: da un lato la ricostruzione di appalti e presunte tangenti, dall’altro il profilo di un’italiana finita al centro di un procedimento tedesco i cui contorni giudiziari restano ancora in larga parte da definire.

Non ci sono, al momento, elementi per collegare direttamente questi sviluppi con la politica estera di Trump; eppure, in un contesto già infiammato, ogni dettaglio concorre a disegnare lo scenario su cui il presidente prova a navigare – tra guerra dichiarata, minacce implicite a L’Avana e il tentativo di tenere insieme un elettorato che chiede risultati rapidi.

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