Amancio Ortega, il re del fast fashion che ha messo le mani sul pianeta (mattone dopo mattone)
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Redazione Economia
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Non è solo l’uomo che veste il mondo, ma anche quello che, di fatto, possiede i marciapiedi su cui camminano i suoi clienti. A novant’anni compiuti da appena un mese, Amancio Ortega ha incassato un riconoscimento che va ben oltre il solito titolo di “paperone”: secondo l’ultima analisi di Forbes, che periodicamente scandaglia i patrimoni globali, il fondatore di Zara e del colosso Inditex è ufficialmente il magnate immobiliare più potente del pianeta. Una classifica, quella della celebre rivista, che aggiorna periodicamente la lista dei miliardari – solo qualche settimana fa si era occupata degli italiani – ma che stavolta mette in luce una supremazia schiacciante nel settore del “mattone”. Nessun altro, nemmeno tra i big statunitensi o asiatici, può vantare una caratura simile in termini di proprietà fondiarie: Ortega sforna capi low cost, ma acquista grattacieli come fossero caramelle, consolidando un patrimonio immobiliare stimato in 25 miliardi di dollari, l’equivalente di circa 21,2 miliardi di euro.
Duecento edifici, tredici Paesi e un’ossessione per le location d’élite
La fotografia dell’impero parallelo costruito dal finanziere spagnolo è impressionante non solo per i numeri, ma per la qualità degli asset. Il suo portafoglio – gestito attraverso la holding Pontegadea, nata subito dopo la quotazione in Borsa di Inditex nel lontano 2001 – conta oltre duecento immobili sparsi in tredici nazioni diverse. Solo nel corso del 2025, Ortega ha messo sul piatto più di 3 miliardi di dollari per mettere a segno tredici acquisizioni mirate in dieci città distribuite in otto Paesi. Non parliamo di semplici appartamenti, ma di sette edifici per uffici, due hotel, due proprietà industriali, un complesso commerciale di lusso e persino una torre residenziale, oltre a una partecipazione del 49% in un grande operatore portuale britannico. L’ultimo colpo, degno di un vero signore della guerra degli affari, è stato messo a segno a novembre: l’acquisto dello storico edificio della Canada Post a Vancouver, un hub tecnologico che occupa un intero isolato cittadino e che attualmente ospita gli uffici di Amazon, pagato circa 850 milioni di dollari contanti.
Dalla camiceria alla Torre Picasso, l’ascesa silenziosa del “barone”
Per capire la portata del fenomeno, bisogna forse ricordare un aneddoto che circola negli ambienti finanziari madrileni, emblematico della sua filosofia. Un giorno d’estate, un uomo corpulento, in jeans e camicia di lino bianca sudata, entrò in una concessionaria Porsche del centro di Madrid. Osservò a lungo una Carrera, la accarezzò con mani che certo non erano da pianista, ma venne snobbato dal venditore che lo scambiò per un perditempo. Ortega uscì, andò in un’altra concessionaria e comprò quattro auto firmando un assegno da oltre 400mila euro. Quella fame di riscatto e quella capacità di investire senza sfarzo si ritrovano nella sua strategia immobiliare: lontano dai riflettori, ha costruito un impero che oggi include la Torre Picasso e la Torre Moeve (ex Cepsa) nel cuore finanziario di Madrid, la Devonshire House affacciata su Green Park a Londra (671 milioni nel 2013) e il complesso Troy Block a Seattle, interamente occupato da Amazon. Il suo acquisto più importante in termini di valore rimane il Royal Bank Plaza di Toronto, una struttura per uffici pagata 916 milioni di dollari nel 2022.
Dividendi inarrestabili e la macchina da guerra Pontegadea
Il meccanismo che alimenta questa macchina da guerra è tanto semplice quanto inarrestabile. Fin dal debutto in Borsa di Inditex – dove la famiglia controlla ancora una fetta preponderante – Ortega ha deciso di reinvestire sistematicamente i dividendi milionari provenienti dal settore tessile nel settore immobiliare, considerato una sorta di “porto sicuro” anti-inflazione e a prova di crisi dei mercati. Dopo aver venduto una quota del 13,5% della società madre durante l’IPO, incassando 1,1 miliardi di dollari, fondò la holding Pontegadea, lo scudo attraverso il quale ha scatenato la sua offensiva globale. A differenza di altri speculatori, Ortega non vende quasi mai: in oltre vent’anni si è liberato di sole dieci proprietà, preferendo accumulare rendite stabili da affitti stipulati con colossi come Apple, Meta o le stesse società che occupano le sue torri. I suoi collaboratori più stretti, racconta qualcuno, dicono che l’episodio della Porsche sia stato una lezione di vita: quella palese mancanza di rispetto lo spinse a cercare l’eccellenza nel servizio al cliente, un’ossessione che ha applicato anche nella gestione dei suoi asset, acquistando solo il meglio del meglio, dove il “meglio” significa vetrina globale e affittuari garantiti.




