La Borsa chiude in frenata, l’Europa aspetta l’inflazione Usa e rimodula le attese sui tassi della Fed
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Redazione Economia
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La seduta del 12 febbraio si è chiusa sui mercati azionari del Vecchio continente all’insegna di una cautela che gli investitori, ormai è chiaro, non hanno alcuna intenzione di abbandonare finché non avranno davanti agli occhi il dato, tanto atteso quanto potenzialmente dirompente, dell’inflazione statunitense di gennaio. A Piazza Affari il Ftse Mib, dopo una giornata trascorsa a rimbalzare tra timidi tentativi di recupero e improvvise accelerazioni ribassiste, ha terminato gli scambi lasciando sul terreno lo 0,6 per cento, trascinato al rosso – in una dinamica che ha assunto i contorni di una vera e propria emorragia diffusa a livello continentale – dalle vendite concentrate sui titoli delle utility e, con particolare violenza, sul comparto del cemento: Buzzi, tra le blue chip, ha accusato un tonfo superiore all’otto per cento, un’emicrania non da poco per l’indice milanese -1-9.
Se si eccettua Parigi, che ha ostinatamente retto l’urto portandosi a casa un progresso dello 0,33 per cento e aggiornando anzi, nel corso delle contrattazioni, il proprio massimo storico oltre quota 8.400 punti grazie alla spinta di titoli come EssilorLuxottica e Legrand, entrambi beneficiati dalla narrativa – ancora tutta da verificare nei riscontri contabili – dell’intelligenza artificiale applicata ai prodotti di consumo, il panorama europeo è apparso omogeneamente appannato -5-9. Francoforte ha ceduto lo 0,5 per cento, Londra ha chiuso in frazionale calo dello 0,8 per cento nonostante il Ftse 100 avesse toccato in apertura nuovi record, e persino Madrid è scivolata lungo la china negativa. Gli investitori, insomma, non hanno voluto scoprirsi più di tanto.
Il paradosso, se vogliamo definirlo tale, è che questa frenata collettiva è arrivata all’indomani di un dato sul mercato del lavoro americano oggettivamente robusto: centotrentamila nuovi posti di lavoro creati a gennaio, a fronte di attese che si aggiravano attorno alle settantamila unità, un risultato che il Dipartimento del Lavoro ha certificato e che gli analisti di CME Group hanno immediatamente tradotto in una scommessa – oggi assai più prudente – su un taglio dei tassi che la Federal Reserve difficilmente potrà concedersi prima della riunione di luglio, se non addirittura oltre -2-6. Il mercato aveva sperato in giugno, e qualcuno, più ottimista, aveva persino sussurrato maggio; quei sussurri si sono spenti nel giro di poche ore. La buona salute dell’occupazione americana, paradossalmente, ha funzionato da anestetico per le speranze di una politica monetaria più accomodante, e le Borse hanno reagito come accade quando ci si trova di fronte a una medicina troppo amara da ingoiare.
La volatilità del Ftse Mib e le performance contrastanti di Piazza Affari
Sul listino milanese, la seduta ha offerto uno spaccato assai eloquente di come gli operatori stiano riposizionando i portafogli in attesa della pubblicazione, prevista per il pomeriggio, dell’indice dei prezzi al consumo americano. Se le utility – Enel, A2A, Hera – hanno accusato le perdite più consistenti, con ribassi compresi tra il tre e il cinque per cento, altri comparti hanno invece mostrato un discreto tono muscolare -2. Stellantis ha guadagnato oltre il tre per cento nonostante le indiscrezioni, riportate da Bloomberg, circa una possibile uscita dalla joint venture StarPlus Energy con Samsung SDI, una strategia che parrebbe orientata a preservare liquidità dopo le ingenti svalutazioni accumulatesi nel settore elettrico; Fincantieri, dal canto suo, ha proseguito la sua corsa dopo la presentazione del piano industriale, che prospetta un’accelerazione del deleveraging e l’avvio di una politica dei dividendi non prima del 2028, subordinatamente ai conti dell’esercizio 2027 -1-2. Brunello Cucinelli ha chiuso in rialzo del 4,5 per cento, Carel Industries addirittura oltre l’otto per cento, performance che testimoniano come la selezione dei singoli titoli stia diventando, in questa fase di stanca degli indici, l’unico vero campo di battaglia per chi cerca rendimenti -1.
La dinamica asiatica e il cambio euro-dollaro
A gettare ulteriore luce su questa giornata di attesa, hanno contribuito anche le indicazioni arrivate dall’Asia, dove il Nikkei ha sfondato per la prima volta nella sua storia quota 58.000 punti salvo poi ripiegare leggermente, mentre il Kospi sudcoreano si è spinto su nuovi massimi storici alimentato dagli acquisti sui titoli tecnologici esposti all’intelligenza artificiale -6. È una rotazione settoriale, quella in atto, che parla anche di geografia: gli investitori globali, di fronte a un’America che con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha accentuato la propria imprevedibilità tariffaria e a una Cina ancora in affanno, sembrano aver riscoperto il fascino – e la stabilità relativa – dei listini europei. L’euro, dal canto suo, ha continuato a mantenersi al di sotto della soglia di 1,19 dollari, scambiando in area 1,1866 e stabilizzandosi dopo le fluttuazioni della vigilia, mentre l’oro, tradizionale bene rifugio, ha subito qualche realizzo scendendo a 4.936 dollari l’oncia -1-7-8.
Trimestrali e disruption tecnologica
Sul fronte delle società, la stagione delle trimestrali continua a offrire spunti contraddittori. Iveco ha chiuso il 2025 con utili in calo, frenata dalla debolezza del mercato europeo degli autocarri e da ritardi produttivi nello stabilimento francese di Annonay; Hermès, al contrario, ha sfornato una crescita dei ricavi del 9,8 per cento nel quarto trimestre, segno che il lusso – nonostante le turbolenze – trattiene ancora il suo smalto -2. Ma ciò che realmente sta modellando i flussi, più dei singoli bilanci aziendali, è la paura, pervasiva e difficilmente quantificabile, di una disruption tecnologica: i settori dei servizi finanziari, dei data provider e dell’editoria software vengono puniti in Borsa perché il mercato teme che l’intelligenza artificiale generativa possa eroderne i modelli di business molto più rapidamente di quanto si credesse fino a pochi mesi fa, e quindicimila posti di lavoro persi solo a gennaio nel comparto assicurativo americano rappresentano, agli occhi dei trader, più di qualsiasi analisi fondamentale -2.




