La capo di gabinetto resiste e la famiglia nel bosco cerca una tregua

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Due vicende apparentemente lontane, quella politica e quella giudiziaria, continuano a tenere banco nel dibattito pubblico italiano, sollevando interrogativi non solo sulla tenuta di alcuni protagonisti ma anche, e forse soprattutto, sul metodo con cui certe decisioni vengono prese e comunicate. Da un lato, la permanenza al ministero della Giustizia di Giusi Bartolozzi, la cui uscita televisiva ha suscitato più di un imbarazzo a palazzo, dall’altro il complesso e doloroso iter della cosiddetta famiglia nel bosco, con i suoi tre bambini ancora al centro di un tira e molla giudiziario che sembra non trovare pace.

A Monteodorisio, lontano dai riflettori e dalle telecamere che da settimane presidiano l’ingresso della casa famiglia di Vasto, si è consumato un nuovo capitolo della vicenda che vede protagonisti Nathan, Catherine e i loro tre figli. Un incontro durato tre ore, quello tra il padre e l’assistente sociale Veruska D’Angelo, alla presenza della Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis. Un faccia a faccia che, a detta di chi lo ha promosso, dovrebbe servire a ricucire uno strappo e a trovare una mediazione, ma che al momento non ha prodotto risultati tangibili, tanto che la stessa D’Angelo, secondo quanto riportato, non ha voluto confermare ufficialmente l’avvenuto colloquio. Nel frattempo, il padre, Nathan Trevallion, ha lanciato un appello chiaro a chiunque volesse ascoltarlo: basta con i presidi e le proteste davanti alla struttura che ospita i suoi bambini, perché finché non ci sarà un ricongiungimento, è meglio che restino dove sono, senza ulteriori traumi.

L’ordinanza che ha disposto l’allontanamento della madre, Catherine Birmingham, dai figli e il loro trasferimento in un’altra struttura, poggia su dodici pagine fitte di motivazioni che dipingono un quadro di convivenza divenuta ormai impossibile. La donna, secondo quanto ricostruito dai servizi sociali e riportato nel provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, avrebbe avuto un atteggiamento costantemente oppositivo, svalutando il lavoro delle educatrici e creando un clima di sfiducia tale da minare il percorso educativo non solo dei suoi tre figli, una bambina e due gemellini, ma anche degli altri minori ospitati nella comunità. Episodi come i cosiddetti “bastoni da lancio” costruiti dai bambini, che avrebbero provocato piccoli tagli a un’educatrice, e le difficoltà legate alla somministrazione dei vaccini – completati solo grazie all’intervento pacato del padre – hanno contribuito a far maturare nei giudici la convinzione che la presenza materna fosse divenuta un fattore pregiudizievole. In questo scenario, il padre Nathan viene descritto come elemento positivo e rasserenante, capace di mediare e di farsi ascoltare dai bambini.

L’ispezione al Tribunale e le reazioni istituzionali

Mentre la famiglia cerca una sua, seppur precaria, normalità, il Tribunale dei minori dell’Aquila si prepara a ricevere la visita degli ispettori inviati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Un’ispezione voluta per fare chiarezza sui procedimenti che hanno portato prima all’allontanamento dei bambini dalla loro casa nel bosco, e poi alla separazione dalla madre. Una decisione, quest’ultima, che ha scatenato reazioni politiche immediate, con esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia che hanno parlato di “accanimento” e di una famiglia “divisa e distrutta per cattiveria e arroganza”. La stessa Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso una netta contrarietà al trasferimento, definendolo un “ulteriore trauma” per bambini che già mostrano segni di grave disagio psicomotorio e diffidenza verso gli estranei. Dopo aver incontrato i piccoli, Terragni ha sottolineato come la loro agitazione e la paura siano la conseguenza diretta di ripetuti strappi affettivi, e ha chiesto una sospensione del provvedimento, invocando un approfondimento medico indipendente per valutarne le possibili conseguenze sulla loro salute mentale.

Il caso Bartolozzi e il silenzio di Via Arenula

In un altro palazzo, quello della politica, la tenuta di un’altra figura istituzionale è al centro di interrogativi e mal di pancia. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, non ha perso il posto nonostante le sue parole in televisione, quando, parlando della magistratura, li definì “plotoni di esecuzione” da togliersi di mezzo votando Sì al referendum. Un’uscita che, secondo molti, ha imbarazzato non poco il governo, costringendo lo stesso ministro Nordio a prendere le distanze e ad auspicare delle scuse. Scuse che, però, non sono mai arrivate nella forma sperata: la dirigente ha espresso semmai “dispiacere” per la lettura “fuorviante” che è stata data delle sue parole, ma non ha fatto un passo indietro. Una resistenza che, a quanto si apprende, avrebbe irritato anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale avrebbe ventilato l’opportunità di dimissioni, scontrandosi però con la ferma opposizione del Guardasigilli. L’imperativo, almeno fino alla chiusura delle urne, sembra essere quello di abbassare i toni e non alimentare polemiche che potrebbero danneggiare la campagna referendaria, lasciando che sia il responso del voto, o forse lo scudo parlamentare nel caso Almasri, a decidere le sorti della funzionaria.

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