Guerra in Iran, la minaccia di Trump e il nodo della tregua: Netanyahu convoca il gabinetto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il conflitto mediorentale entra in una fase di stallo apparentemente instabile, la riunione convocata da Benjamin Netanyahu per oggi rappresenta un segnale inequivocabile: il cessate il fuoco, tanto in Iran quanto a Gaza, potrebbe essere a un passo dall’interruzione. Lo riportano diverse testate internazionali, inclusa l’edizione odierna del Times of Israel, secondo cui il premier israeliano avrebbe messo all’ordine del giorno proprio la possibilità di riprendere le operazioni militari, una decisione che farebbe seguito alle ultime, e inequivocabili, dichiarazioni del presidente americano Donald Trump. Quest’ultimo, infatti, ha nuovamente paventato un attacco diretto all’Iran, lasciando intendere che, qualora i difficili negoziati in corso dovessero naufragare, la via armata resta un’opzione concreta.

La pressione di Trump e il ruolo del Congresso

Non è un caso che questa fibrillazione diplomatica coincida con l’avvicinarsi di una scadenza cruciale. Il 1° maggio, va ricordato, scadrà il sessantesimo giorno della guerra in Iran, un termine che, secondo i meccanismi istituzionali statunitensi, sottrae a Trump il potere esecutivo di condurre in autonomia le operazioni, restituendolo al Congresso. Una dinamica, quest’ultima, che rischia di indebolire la posizione della Casa Bianca proprio mentre il segretario alla Difesa Hegseth insiste sui costi ormai saliti a 25 miliardi di dollari, cifra che definisce insostenibile senza un nuovo stanziamento da 1.500 miliardi richiesto dal Pentagono. Una richiesta, quella di Hegseth, che appare sempre più legata al timore di un’escalation.

Il sostegno di Putin e lo stallo nello Stretto di Hormuz

L’asse strategico, però, non si gioca solo a Washington. In una telefonata di 90 minuti con il presidente russo Vladimir Putin, durata quanto basta per discutere anche dell’Ucraina, Trump avrebbe ricevuto un sostegno ambiguo. Da un lato, Mosca si offre come mediatore nei confronti di Teheran; dall’altro, l’avvertimento è netto: un’invasione in piena regola sarebbe “sbagliata e pericolosa”. Parole che trovano un riscontro concreto nelle acque dello Stretto di Hormuz, dove la tensione è palpabile. Fonti della Cbs riferiscono che due navi militari statunitensi hanno respinto degli attacchi, mentre l’Iran, dal canto suo, bolla il progetto “Freedom” come un fallimento, sostenendo che le navi non passano. Una valutazione che la Corea del Sud, a quanto pare, sta ancora ponderando prima di decidere se parteciparvi.

Flotilla bloccata, colpi di scena giudiziari e l’economia in bilico

Mentre i riflettori sono puntati sul possibile stop alla tregua, altre vicende si intrecciano sullo sfondo. Circa cinquanta imbarcazioni, parte della flotilla diretta a Gaza con l’obiettivo dichiarato di forzare il blocco, sono state fermate dagli israeliani al largo di Creta. Un’operazione, quest’ultima, che dimostra la determinazione di Israele nel controllare l’accesso marittimo al territorio palestinese, anche a costo di interventi in acque internazionali. Sul fronte interno americano, intanto, si registra il colpo di scena giudiziario che vede protagonista James Comey, l’ex capo dell’Fbi: costituitosi per l’accusa di attentato al presidente – un’imputazione nata da una scritta realizzata con conchiglie e poi diffusa sui social – è stato subito rilasciato su cauzione. Infine, a tenere banco è l’incertezza economica: la Federal Reserve, timorosa delle ripercussioni del conflitto mediorientale, tiene fermi i tassi, mentre avanza la candidatura di Kevin Warsch, indicato come successore designato di Jerome Powell alla presidenza della banca centrale. Un quadro, questo, complesso e frammentato, dove ogni mossa viene calibrata in attesa di capire se l’iniziativa di Netanyahu e la pressione di Trump si tradurranno in un nuovo fronte bellico o in un’estrema, e tardiva, trattativa.

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