Usa, il Senato conferma Warsh alla Fed. Per lui una missione impossibile tra inflazione e le pressioni di Trump

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Washington. Il dado è tratto, almeno sulla carta. Il Senato degli Stati Uniti ha ufficialmente dato il via libera alla nomina di Kevin Warsh – avvocato, banchiere ed ex governatore della Fed – alla presidenza della Federal Reserve, raccogliendo così il pesante testimone lasciato da Jerome Powell. Il voto, che si è consumato mercoledì 13 maggio, ha fotografato spietatamente la spaccatura di Capitol Hill: 54 i voti favorevoli, provenienti in blocco dalla maggioranza repubblicana, contro 45 contrari, salvo un’unica eccezione nell’opposizione democratica che ha scelto di sostenere il candidato della Casa Bianca. Si tratta, per la precisione, della conferma meno bipartisan degli ultimi decenni, un segnale inequivocabile delle tensioni che avvolgeranno il suo mandato fin dal primo giorno, quando venerdì presterà ufficialmente giuramento per un mandato di quattro anni.

Un testimone pesantissimo in un’economia surriscaldata

Warsh, 56 anni, ereditò infatti un’istituzione che, nonostante i suoi 110 anni di storia, non si era mai trovata sotto un fuoco di fila così intenso. Da un lato, l’economia reale mostra i segni di una fiammata inflazionistica che non accenna a spegnersi: ad aprile l’indice dei prezzi al consumo ha toccato il 3,8%, un livello che non si registrava da quasi tre anni e che più che mai allontana l’obiettivo (sacro) della banca centrale del 2%. Dall’altro, l’uomo che lo ha nominato – Donald Trump, tornato da più di un anno alla Casa Bianca – non ha mai fatto mistero delle sue aspettative, ripetendo a più riprese che i tassi d’interesse vanno tagliati per sostenere la crescita, anche a costo di scavalcare l’autonomia dell’istituto di emissione. Una pressione politica che si traduce in un vero e proprio paradosso per il nuovo presidente: per essere all’altezza del ruolo, dovrebbe alzare il costo del denaro per raffreddare i prezzi, mentre il suo principale sponsor politico gli impone esattamente il contrario.

La metamorfosi di un “falco” e il fantasma di Powell

Non è un dettaglio marginale, del resto, ricordare chi sia realmente Kevin Warsh al di là della sua biografia formale. Tornato in auge dopo anni di oblio, durante la sua prima esperienza nel board della Fed (tra il 2006 e il 2011) era considerato un “falco” integerrimo, un critico severo delle politiche monetarie espansive che, a suo avviso, rischiavano di surriscaldare l’economia dopo la crisi dei subprime. Eppure, assecondando una metamorfosi che i suoi detrattori definiscono “opportunistica”, negli ultimi tempi si è avvicinato alle posizioni del presidente Trump, arrivando a sostenere la necessità di ridurre i tassi per allentare la stretta creditizia. Il presidente uscente, Jerome Powell, gli lascia un’eredità complessa. L’uomo che ha guidato la Fed durante l’era Biden e la prima parte del secondo mandato di Trump ha scelto di non abbandonare del tutto la scena: rimarrà come semplice governatore fino a gennaio 2028, una presenza ingombrante che Warsh dovrà gestire.

Dietro la nomina, una lunga scia di veti incrociati

La strada verso la poltrona più potente della finanza globale, è bene ricordarlo, è stata tutt’altro che in discesa per l’ex banchiere di Morgan Stanley. Solo poche settimane fa, la sua nomina sembrava bloccata sull’orlo di un precipizio giudiziario. Il senatore repubblicano Thom Tillis, infatti, aveva minacciato di votare contro, congelando la pratica fino a quando il Dipartimento di Giustizia non avesse fatto chiarezza su un’indagine (poi archiviata) che vedeva coinvolto proprio Jerome Powell, accusato da Trump di aver gestito male i fondi destinati alla ristrutturazione della sede centrale. Un gioco di potere che ha tenuto in ostaggio la successione per mesi, gettando un’ombra lunga sull’effettiva indipendenza del nuovo numero uno. Critiche, queste, alle quali Warsh ha risposto durante la sua audizione con una frase destinata a rimanere celebre: "Non sarò assolutamente il burattino di nessuno". Sarà la realtà dei fatti, nei prossimi mesi, a stabilire se quella promessa potrà essere mantenuta, mentre le riunioni del Fomc si preparano a diventare il nuovo campo di battaglia tra dovere istituzionale e ragion di Stato.

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