Madagascar, il colonnello Randrianirina giura come presidente dopo la presa del potere
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Redazione Esteri
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In una capitale, Antananarivo, che sembrava sospesa tra la tensione dei giorni precedenti e un'apparente calma formale, il colonnello Michael Randrianirina ha prestato giuramento come nuovo presidente del Madagascar, in una cerimonia che, pur richiamandosi ai protocolli costituzionali, segna il culmine di una transizione di potere nata dall'intervento delle forze armate. L'evento, trasmesso in diretta nazionale dalla sede dell'Alta Corte Costituzionale, ha mostrato il leader militare, in uniforme, mentre pronunciava la formula di rito davanti ai giudici, in un quadro che mescolava elementi di autorità castrense e legittimazione istituzionale. La sua dichiarazione, "Non è un colpo di Stato", risuonata nel palazzo di giustizia, ha tentato di imprimere un carattere di necessità e di ordine a una sequenza di eventi che, nelle settimane precedenti, erano stati invece caratterizzati da proteste di piazza e da un'aperta contestazione verso l'esecutivo precedente.
Dalle proteste al giuramento in pochi giorni
L'ascesa del colonnello alla massima carica dello stato, che si è compiuta nel giro di soli tre giorni dall'annuncio della presa del potere da parte dell'esercito, affonda le sue radici in un periodo di forte instabilità politica e di malcontento popolare, durante il quale le unità militari, tra le quali spiccava la CAPSAT guidata dallo stesso Randrianirina, hanno progressivamente ritirato il loro appoggio al governo in carica. Le forze armate, dopo essersi unite alle manifestazioni che chiedevano un cambiamento, hanno di fatto determinato la deposizione del presidente Andry Rajoelina, il quale ha poi lasciato il paese. La successiva dissoluzione del Senato e della stessa Alta Corte, unitamente alla sospensione della Costituzione, hanno creato un vuoto di potere che il giuramento di oggi intende colmare, sebbene sotto una veste provvisoria e straordinaria.
Le reazioni e il quadro istituzionale
Mentre nella centrale Place du 13 May, solo pochi giorni fa, una folla di cittadini aveva festeggiato con canti e balli l'allontanamento del precedente capo di stato, il panorama istituzionale del paese appare ora profondamente mutato. Le dichiarazioni di alcune autorità locali, che hanno invocato "amore e dialogo" come uniche vie per la pace, sembrano riflettere la consapevolezza di una fase delicatissima, nella quale la riconciliazione nazionale dovrà fare i conti con le nuove strutture di potere imposte dai militari. La situazione, per molti versi, ricorda dinamiche di cronaca nera che hanno segnato altri paesi, dove i cambi di regime forzati hanno spesso aperto fasi complesse di inchieste e di assestamento giudiziario, sebbene al momento non vi siano elementi per prevedere sviluppi specifici.
Il controllo del territorio e le prospettive immediate
Ora, con lo scioglimento degli organi parlamentari e la sospensione della carta fondamentale, il colonnello presidente si trova a governare una nazione di circa trenta milioni di abitanti senza il quadro di riferimento legale ordinario, basando la sua autorità principalmente sul controllo delle forze armate e su un consenso popolare che, in alcune frange della società, si è manifestato in modo esplicito. La sfida immediata consiste nel garantire l'ordine pubblico e la continuità amministrativa in un'isola vasta e strategicamente importante nell'Oceano Indiano, cercando al contempo di normalizzare una situazione che il diritto internazionale tenderebbe a classificare come una presa di potere extralegale. Molti osservatori, infatti, pur riconoscendo le circostanze eccezionali che hanno condotto a questo esito, faticano a vedere nella cerimonia di giuramento un atto puramente costituzionale, nonostante le rassicurazioni fornite dal nuovo capo dello stato.




