Addio ad Arnaldo Pomodoro, il maestro che incastonò la violenza nel bronzo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si è spento domenica 22 giugno, nella sua casa di Milano, Arnaldo Pomodoro, uno dei più grandi scultori del Novecento, a un passo dal compiere 99 anni. La notizia, diffusa dalla Fondazione a lui intitolata, ha riacceso i riflettori su un artista che ha fatto della contraddizione la sua cifra stilistica: forme perfette, levigate, quasi celestiali, squarciate da ferite che rivelano un interno complesso, quasi a simboleggiare la fragilità nascosta dietro l’apparente solidità.
Nato a Morciano di Romagna nel 1926, Pomodoro approdò a Milano negli anni Cinquanta, in una città ancora segnata dalle bombe della guerra. Fu lì che trovò la sua dimensione, trasformando il metallo in narrazione. Le sue opere – sfere, coni, dischi – non erano semplici sculture, ma dialoghi con lo spazio urbano, monumenti che interrogavano chi li osservava. «Era un visionario», ricorda Carlotta Montebello, sua nipote e direttrice della Fondazione, «ma anche un uomo riservato, che nella sfera privata manteneva un rigore quasi ascetico».
La sua carriera, iniziata con altorilievi ispirati ad alfabeti perduti, si è evoluta verso creazioni sempre più imponenti, disseminate in piazze e musei di tutto il mondo. La Sfera con sfera, forse la sua opera più iconica, è diventata un simbolo universale, un globo squarciato che rivela ingranaggi misteriosi, metafora di un mondo che nasconde conflitti sotto la superficie.




