Milano ricorda Arnaldo Pomodoro, maestro delle forme monumentali

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella notte di domenica, a pochi giorni dal suo novantanovesimo compleanno, si è spento nella sua casa di Porta Ticinese Arnaldo Pomodoro, scultore tra i più influenti del Novecento, le cui opere hanno segnato non solo l’arte italiana ma anche il paesaggio urbano di mezzo mondo. Nato in Romagna ma milanese d’adozione dalla metà degli anni Cinquanta, Pomodoro ha lasciato in città alcune delle sue creazioni più suggestive, come il celebre Disco di piazza Meda e il Labirinto di via Solari 35, un percorso ipogeo che sembra sfidare le leggi dello spazio.

Proprio quel labirinto, concepito per la Fondazione Arnaldo Pomodoro, rappresenta una delle sue sperimentazioni più audaci: un dedalo di corridoi e superfici metalliche che riflettono e deformano la luce, invitando a un’esperienza quasi fisica dell’arte. Non meno significativo il suo intervento al Museo Poldi Pezzoli, dove la Sala delle Armi – con le sue atmosfere evocative – tradisce l’influenza del cinema di Ermanno Olmi, suo amico e sodale.

Se Milano ha saputo valorizzare il suo genio, lo stesso non si può dire di Torino, che nel 2006, in occasione delle Olimpiadi invernali, rinunciò alla Triade, l’imponente installazione di colonne bianche offerta dall’artista in comodato gratuito. Smontata dopo pochi anni con la scusa dei costi di manutenzione, l’opera è diventata emblema di un’occasione mancata, mentre altrove – da New York a Dublino – le sue sfere bronzee continuano a dominare piazze e musei.

Pomodoro, che nel 1992 ricevette la laurea honoris causa dal Trinity College, aveva esordito con altorilievi carichi di simboli arcaici, quasi frammenti di linguaggi dimenticati. Poi, la svolta verso volumi puri: coni, piramidi, dischi che, squarciati, rivelano meccanismi interni, metafore di un’umanità sospesa tra fragilità e potenza.

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