Sedici anni dopo il terremoto dell’Aquila, tra memoria e ricostruzione incompiuta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’Aquila, 6 aprile 2025 – Il sole incerto di aprile si riflette sui girasoli deposti davanti alla Casa dello studente, mentre l’orologio si avvicina alle 3:32. Quel momento, sedici anni fa, cambiò tutto: pochi secondi bastarono a spezzare 309 vite, a cancellare interi edifici, a trasformare una città in un cumulo di macerie. Oggi, come allora, il dolore è autentico, radicato, impossibile da scacciare.
Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma 2016, osserva che, senza quelle tragedie, oggi non avremmo una legge nazionale per le ricostruzioni. "È stata la durezza di quelle esperienze a insegnarci l’importanza di unire forze e risorse", afferma, sottolineando come l’Appennino centrale sia diventato un laboratorio di prevenzione sismica. Ma la strada è ancora lunga.
Nonostante i progressi, i numeri raccontano un’altra storia. Quarantacinque scuole su cento, secondo i dati, non sono ancora sicure, e gli studenti continuano a frequentare lezioni in container. Nel centro storico, dove prima del 2009 operavano seicento attività, quattrocento restano chiuse, le saracinesche abbassate come ferite mai rimarginate. Le abitazioni inagibili sfiorano il 40%, una cifra lontanissima dalla media nazionale del 5%.
La commemorazione, ieri sera, è iniziata con un fascio di luce proiettato da Palazzo Margherita verso il cielo, simbolo di un ponte tra i vivi e chi non c’è più. All’Emiciclo, le luci hanno ricordato la notte più lunga, mentre la fiaccolata si snodava silenziosa verso i luoghi del lutto. Stefania Pezzopane, con parole asciutte e private, ha restituito il peso di un ricordo che "cambia col tempo, ma non se ne va".




