Mondiali 2026, tra gol e proteste: l'Iran diviso si ferma sul 2-2 con la Nuova Zelanda

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La vigilia dell'esordio iraniano al Mondiale di calcio, consumatosi sul campo del SoFi Stadium di Inglewood, è stata segnata da un'atmosfera densa e carica di tensioni che poco avevano a che fare con lo sport. Davanti all'impianto, circa 500 oppositori del regime di Teheran, residenti a Los Angeles, si sono radunati per far sentire la propria voce, sventolando grandi bandiere pre-rivoluzionarie contraddistinte dal simbolo del leone e del sole, affiancate a stelle e strisce e a quelli di Israele.

Cori contro gli ayatollah e musica persiana diffusa da amplificatori hanno fatto da colonna sonora a una manifestazione che ha visto alternarsi sul palco diversi militanti contrari all'islamismo politico, in un tripudio di simboli che sono stati poi protagonisti anche all'interno dello stadio.

Questo spettacolo di piazza ha rappresentato solo l'antipasto di ciò che sarebbe accaduto tra gli spalti della struttura, dove il calcio ha cercato invano di ricucire uno strappo politico che appare ormai lacerante.

In molti hanno infatti tentato di eludere il divieto imposto dalla FIFA, che bandisce simboli politici, per introdurre le insegne della monarchia deposta, spesso nascondendole ai controlli di sicurezza o, in alcuni casi, esibendole con tale determinazione da costringere gli steward a chiudere un occhio. L'eco di questa frattura si è amplificata quando le note dell'inno della Repubblica Islamica sono risuonate nell'arena, accolte da un boato che mescolava fischi di dissenso e applausi di sostegno.

La frattura degli esuli e il peso della storia

La tensione, seppur latente, era palpabile e rifletteva la complessa relazione tra la grande comunità di esuli iraniani residente a Los Angeles, soprannominata Tehrangeles, e la propria terra d'origine. La frattura era evidente tra i tifosi stessi: chi indossava le maglie azzurre della nazionale con il simbolo islamista, e chi ostentava con orgoglio il leone pre-rivoluzionario sul petto o lo sventolava tra le tribune.

Ryan, un giovane nato negli Stati Uniti da genitori iraniani, ha raccontato di aver preso un pomeriggio di permesso dal lavoro per assistere alla partita, legandosi una bandana nera sugli occhi in segno di lutto "per i fratelli e le sorelle uccisi da questo regime". La sua speranza, come quella di molti altri, era riuscire a portare fisicamente la bandiera del leone all'interno, un atto di sfida che per molti assumeva un valore quasi sacro.

Un altro ragazzo, subito dopo aver superato i controlli, si è commosso raccontando che un addetto alla sicurezza aveva quasi ritirato la sua bandiera per poi chiudere un occhio, esclamando: "Ce l'abbiamo fatta. La nostra vera bandiera è ai Mondiali".

Non mancavano però voci contrarie a questa strumentalizzazione politica. Altri tifosi, come Mostafa, hanno sostenuto che il calcio dovrebbe essere un momento di aggregazione e di amicizia, mettendo da parte le divisioni, mentre Pourmand, giunto da San Diego, ha ribadito che i giocatori non sono politici e rappresentano tutto il popolo iraniano, al di là del governo. Un'altra tifosa, Elika, ha confessato di sentirsi combattuta ma di riuscire a separare la squadra dal governo, spiegando di essere lì in onore del padre defunto, con il quale condivideva la passione per i Mondiali.

Samaneh, una donna iraniano-americana, ha riassunto il sentimento di molti: "È complicato. Sono qui per sostenere l'Iran, non il regime".

Uno spettacolo che divide ma che regala gol ed emozioni

Nonostante il clima di forte contrapposizione politica, sul rettangolo verde la partita ha regalato un autentico spettacolo, con un risultato finale che ha fotografato l'equilibrio del girone. Al 7', la Nuova Zelanda è passata in vantaggio con Just, abile a sfruttare un assist di Wood per battere il portiere iraniano. L'Iran, però, ha reagito con carattere e al 32' ha pareggiato grazie a Rezaeian, che ha raccolto una respinta in area per firmare l'1-1.

Nella ripresa, la Nuova Zelanda è tornata avanti ancora con Just, che con una doppietta personale ha riportato in vantaggio gli All Blacks al 54'. Ma gli iraniani non si sono arresi e dieci minuti più tardi, Mohebi ha siglato il definitivo 2-2 con un colpo di testa, diventando anche il primo calciatore del campionato russo a segnare in questo Mondiale. Con questo risultato, e con il contemporaneo pareggio 1-1 tra Belgio ed Egitto, il girone G si è trovato in un perfetto equilibrio, con tutte le squadre a quota un punto.

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