Windows 11, quel motore trentennale che convive con l’acceleratore a scoppio
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Quando si scava sotto la superficie levigata di un sistema operativo moderno, si scopre quasi sempre un paradosso tecnologico fatto di stratificazioni, debiti tecnici e scelte di compatibilità radicali. Lo sa bene Microsoft, che in queste settimane si trova a raccontare due verità all’apparenza inconciliabili. Da un lato c’è la conferma – arrivata nientemeno che da Mark Russinovich, figura storica dell’azienda e creatore della celeberrima suite Sysinternals – secondo cui Windows 11 continua a poggiare le sue fondamenta su codice risalente a più di trent’anni fa: un’architettura Win32 nata in era Windows 95, eppure ancora oggi cardine del sistema più diffuso al mondo. Dall’altro, ecco emergere dalle build di test una funzionalità che sembra guardare al futuro: il cosiddetto “Low Latency Profile”, una sorta di turbo a iniezione temporanea capace di spremere la CPU a ogni click, per restituire quell’immediatezza che agli utenti di Windows 11 è mancata troppo a lungo.
Il cuore di vecchia data: perché Russinovich non rinnega il passato
Chi si aspetterebbe da un top manager di Azure un mea culpa per l’obsolescenza tecnica, rimane deluso. Russinovich, considerato uno dei massimi esperti mondiali di debugging e diagnostica dei sistemi Microsoft, ha ribadito senza troppi giri di parole che il supporto Win32 – con tutto quel bagaglio di librerie e chiamate di sistema risalenti alla metà degli anni Novanta – non è soltanto un retaggio, ma una scelta progettuale precisa, una “fondazione” che garantisce a Windows 11 un livello di compatibilità trasversale ancora insuperato. Il ragionamento, in effetti, fila: in un ecosistema che deve far funzionare software enterprise nati prima del nuovo millennio accanto ad app in UWP o costruite con framework ibridi, strappare via il vecchio codice significherebbe rompere un equilibrio secolare. E allora, mentre gli utenti più smaliziati storcono il naso di fronte a dialoghi di sistema che sembrano usciti da Windows XP, i tecnici dell’azienda di Redmond stringono i denti e accettano il compromesso. La notizia, in realtà, non è che Windows 11 contenga parti di codice vetusto – tutti i sistemi operativi longevi ne sono pieni – ma che Microsoft lo dichiari apertamente, quasi con un certo orgoglio, come se la persistenza di quell’impalcatura antica fosse la prova di una solidità a prova di decenni.
L’acceleratore a scoppio: il Low Latency Profile sotto la lente
Proprio mentre Russinovich racconta questa continuità sotterranea, da un altro fronte delle stesse finestre di sviluppo arriva la novità più disturbante per i puristi. Microsoft sta testando al suo interno, da qualche settimana, un meccanismo di ottimizzazione chiamato “Low Latency Profile” (LLP). L’obiettivo dichiarato è aggredire uno dei difetti cronici di Windows 11: quella fastidiosa micro-latenza nell’apertura del menu Start, di Esplora file o delle applicazioni, un ritardo di poche centinaia di millisecondi che basta a rovinare la percezione di reattività di un PC, anche se poi una volta avviato tutto fila liscio. Come funziona, nella sostanza? Semplice: il sistema operativo, per un lasso di tempo brevissimo – si parla di uno, massimo tre secondi – ordina alla CPU di spingersi al massimo delle proprie frequenze, abbandonando ogni tentativo di risparmio energetico, per eseguire l’operazione richiesta il più rapidamente possibile. Appena la finestra si apre o il menu compare, la frequenza torna a calare, come un motore che sale di colpo di giri per un sorpasso e poi torna in riserva.
I primi test condotti da addetti ai lavori hanno prodotto numeri interessanti: alcune app come Outlook e Edge guadagnerebbero fino al 40% di velocità in fase di lancio, mentre il menu Start arriverebbe a risultare persino il 70% più rapido nella sua comparsa. Naturalmente queste rilevazioni arrivano da ambienti controllati, spesso con l’ausilio di build interne o di tool come ViVeTool che servono a sbloccare funzionalità ancora nascoste. Ma il dato concettuale è chiaro: per Microsoft la strada per un’interfaccia fluida non passa solo da un’architettura più leggera o dalla riscrittura di componenti datati, ma anche e soprattutto da questa aggressiva gestione dinamica delle risorse.
Non è barare, è fisiologia moderna: la difesa di Hanselman
Come prevedibile, sui social network e nei forum di settore non sono mancate le critiche. L’accusa, velenosa, è quella di “imbrogliare” l’utente: invece di rendere davvero più efficiente il sistema operativo, snellendo il codice e rimuovendo le ridondanze, Microsoft si limiterebbe a “dare più benzina” al processore, mascherando i problemi di fondo con un espediente hardware. A rispondere per le rime ci ha pensato Scott Hanselman, figura di spicco nel panorama tecnico dell’azienda, con una serie di interventi su X (l’ex Twitter) destinati a fare chiarezza. Hanselman ha spiegato che questa tecnica non solo non è un imbroglio, ma è già ampiamente utilizzata in altri ecosistemi, a partire da macOS e Linux, senza dimenticare naturalmente gli smartphone. “Ogni tocco sullo schermo del tuo telefono – ha scritto – sveglia i core, alza le frequenze, fa il suo lavoro e torna a riposare in millisecondi”. In altre parole, il Low Latency Profile non farebbe altro che applicare i principi della “frequency scaling dinamica” anche al desktop, dove fino a oggi Windows si è mostrato più conservativo.
La provocazione di Hanselman è funzionale a spostare il dibattito su un terreno più solido: non si tratta di barare, ma di adeguare il kernel di Windows a pratiche di gestione dell’energia e delle prestazioni che altrove sono già la norma da tempo. Del resto la reattività percepita da un utente conta quanto – e forse più – la pura potenza di calcolo: un’interfaccia che risponde con prontezza vende l’idea di un computer nuovo e performante, anche se sotto la scocca ci sono componenti modesti. E in questo senso, il LLP è pensato proprio per i PC di fascia più bassa, quelli dove ogni millisecondo di risparmio si traduce in un salto di qualità nell’esperienza d’uso. Quando i test mostrano un processore che schizza al 96% di utilizzo per lanciare Edge e poi torna al 17% in tre secondi, la sensazione di reattività non è una percezione fasulla, ma l’effetto tangibile di una scelta intenzionale del sistema.
Il peso del passato incontra il futuro: due strategie che convivono
Ciò che rende la posizione di Microsoft tecnicamente solida, seppur esposta a critiche ideologiche, è la compresenza dei due approcci. Non è vero che l’azienda si affida solo al “turbo” della CPU per risolvere i suoi problemi di risposta; allo stesso tempo, come parte del più ampio progetto interno noto come “Windows K2”, gli ingegneri stanno lavorando alla sostituzione graduale di molti componenti legacy con versioni native scritte in WinUI 3, alleggerendo il carico generale del sistema. Il Low Latency Profile non sostituisce questa attività di housekeeping, la affianca: dove i vecchi moduli di interfaccia non possono essere riscritti da un giorno all’altro, il boost temporaneo della CPU colma il vuoto prestazionale, dando all’utente una risposta immediata mentre dietro le quinte le ottimizzazioni più profonde continuano.
I primi risultati, per quanto ancora preliminari, lasciano intendere che la strada possa essere quella giusta. Chi ha provato la funzionalità su macchine virtuali volutamente depotenziate parla di un miglioramento netto: il menu Start che prima esitava ora compare “istantaneamente”, i clic sui pulsanti del desktop sembrano seguire il cursore senza quel fastidioso ritardo che da anni accompagna alcune versioni di Windows. E questo accade proprio perché il sistema ha finalmente imparato una lezione che telefoni e tablet conoscono da tempo: non c’è nulla di male a impennare i giri del motore per pochi secondi, se il risultato è una risposta immediata e la temperatura e la batteria non ne risentono in modo significativo.




