Il caso Salis, l’assistente con i precedenti e il controllo in albergo: i nodi vengono al pettine tra Roma e Berlino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Che l’universo di riferimento di Ilaria Salis fosse quello della galassia antagonistica è circostanza nota, così come la sua elezione al Parlamento europeo aveva già rappresentato, di per sé, un unicum politico e giudiziario. Meno noto, fino a sabato scorso, era il profilo di chi la circonda negli scranni di Bruxelles. Nella stanza d’albergo a Roma, dove l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra alloggiava in vista della manifestazione “No Kings”, gli agenti della polizia non l’hanno trovata sola. Con lei c’era Ivan Bonnin, suo assistente parlamentare accreditato all’Eurocamera; un ruolo, quest’ultimo, che in gergo tecnico rientra nella definizione di Apa, ovvero assistente parlamentare accreditato.
Ma è il curriculum giudiziario di Bonnin a catalizzare ora l’attenzione, spostando il fuoco del dibattito dalla dinamica del controllo – rivendicato dalla Questura come un atto dovuto a seguito di un alert internazionale partito dalla Germania – alla legittimità dell’incarico pubblico. L’uomo, come ricostruito da atti giudiziari, risulta condannato nel 2015. Il provvedimento, un decreto penale emesso dal gip di Bologna, lo aveva inizialmente punito con sei mesi di reclusione per i reati di interruzione di pubblico servizio aggravata e violenza privata, pena poi commutata in una sanzione pecuniaria di 15mila euro. I fatti risalivano a un picchetto organizzato davanti all’università, un’azione che il giudice aveva qualificato come violenta ai danni di personale amministrativo, docenti e studenti, costretti a rinunciare al libero accesso alle strutture.
La presenza di Bonnin nella camera dell’europarlamentare ha innescato una reazione immediata da parte del centrodestra, che ha sollevato non solo un tema di opportunità politica ma anche una questione strettamente regolamentare. I deputati di Fratelli d’Italia e Lega, tra i quali Andrea Crippa e Galeazzo Bignami, hanno puntato il dito contro una potenziale violazione dell’articolo 43 dello Statuto del Parlamento Europeo, il quale vieta ai deputati di avvalersi di assistenti che facciano parte del nucleo familiare o siano legati da una relazione stabile. L’ipotesi, ancora da verificare, è che il rapporto tra Salis e Bonnin non fosse esclusivamente professionale, il che renderebbe l’assunzione – e il relativo stipendio pagato con fondi europei – incompatibile con le norme interne all’istituzione di Strasburgo.
Mentre sul fronte romano si consumava la polemica legata al “fermo preventivo” di 91 anarchici al Parco degli Acquedotti – un’operazione rivendicata dalla premier Giorgia Meloni come prova dell’efficacia del nuovo decreto sicurezza per contrastare il dissenso ritenuto violento –, sul versante istituzionale la vicenda Salis assumeva i contorni di un incidente diplomatico. L’alert che ha portato gli agenti a bussare alla porta dell’hotel intorno alle 7:30 di sabato, infatti, non era frutto di un’iniziativa autonoma della Questura di Roma, ma rispondeva a una segnalazione inserita nel sistema di informazione Schengen dalle autorità tedesche già all’inizio di marzo.
Secondo le indiscrezioni investigative provenienti da Berlino, il nome dell’eurodeputata sarebbe emerso nell’ambito di un’inchiesta che riguarda gruppi di estrema sinistra tedeschi, in particolare gli “Hammerbands”, una galassia antagonistica ritenuta responsabile di aggressioni a esponenti della destra estrema. Le autorità tedesche, stando a quanto trapela dagli atti, avrebbero aperto un fascicolo che, sebbene non configuri per Salis accuse di associazione eversiva, rappresenta un “procedimento a specchio” rispetto a quello già pendente in Ungheria per i fatti di Budapest del 2023. La segnalazione, in base ai regolamenti europei, non lasciava margine di discrezionalità alle forze dell’ordine italiane, obbligate a procedere con l’identificazione non appena l’eurodeputata fosse rientrata nel territorio nazionale.
Il racconto dei fatti, però, presenta alcune divergenze. Se da un lato il Viminale ha specificato che gli agenti si sono fermati sulla soglia non appena hanno riconosciuto la qualifica di parlamentare della donna, limitandosi a una verifica formale senza procedere a perquisizioni, dall’altro la stessa Salis ha parlato di un controllo durato oltre un’ora, durante il quale sarebbero state poste domande specifiche riguardanti la manifestazione e gli oggetti in suo possesso. Un episodio, questo, che ha spinto i vertici di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, a chiedere un intervento chiarificatore ai ministri Matteo Piantedosi e Antonio Tajani, sottolineando come l’immunità parlamentare di un rappresentante italiano non possa essere messa in discussione da una richiesta proveniente da un altro Stato membro.
La vicenda, che intreccia il diritto penale internazionale con le norme deontologiche interne al Parlamento europeo, ha trovato uno sviluppo ulteriore nelle aule di Bruxelles. Il gruppo di Fratelli d’Italia ha depositato una lettera urgente indirizzata alla presidente Roberta Metsola per chiedere chiarimenti sull’iter di assunzione di Bonnin, sollevando il sospetto che i controlli di rito sui precedenti penali degli assistenti possano essere stati aggirati o non adeguatamente valutati. L’opposizione, dal canto suo, ha ribaltato l’accusa, sostenendo che il vero nodo politico risieda nella volontà del governo italiano di sottoporre a un regime di sorveglianza preventiva i propri oppositori, su sollecitazione di un governo straniero.




