G7 a Evian, il peso dell’Iran e la svolta di Trump sulla Russia: «Presto nuove sanzioni sul petrolio»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È bastato chiudere un fronte, quello iraniano, per riaprirne un altro, quello ucraino, o forse è più corretto dire che l’intesa raggiunta con Teheran, per quanto fragile e tutta da verificare, abbia finalmente permesso a Donald Trump di riorientare lo sguardo verso Est, verso quella guerra che lacera l’Europa ormai da quattro anni e mezzo e che, fino a poche settimane fa, sembrava essere stata accantonata dall’inquilino della Casa Bianca, quasi fosse un fastidioso retaggio del passato.

Al G7 di Evian-les-Bains, dove ieri si è consumato il primo faccia a faccia tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo quasi quattro mesi di silenzio, l’aria che si respira tra i delegati e le fonti diplomatiche, italiane in primis, è di un cauto, prudentissimo sollievo, non certo di ottimismo spensierato, perché l’ostacolo numero uno, il macigno contro cui chiunque si è infranto finora, si chiama sempre Vladimir Putin.

Eppure, il fatto che il presidente americano abbia dichiarato, a margine del trilaterale con Macron e Zelensky, che gli Stati Uniti potrebbero «presto» reintrodurre le sanzioni sul petrolio russo rappresenta un cambio di rotta significativo, una torsione rispetto alla linea tenuta solo un anno fa a Kananaskis, quando Trump aveva terremotato il primo G7 di Mark Carney con una provocazione che era suonata come uno schiaffo: chiedere, addirittura, la riammissione di Putin nel forum, allora traballante e ridotto all’ombra di se stesso.

La leva del greggio e la promessa tradita

La chiave di volta, in questo improvviso risveglio d’interesse per le sorti del conflitto ucraino, è tutta nella dinamica dei prezzi del greggio e nello strangolamento del mercato energetico. Gli Stati Uniti, come ha ricordato lo stesso Trump, avevano sospeso alcune delle misure restrittive sulle esportazioni russe per contrastare l’impennata dei prezzi causata dalla guerra contro l’Iran e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, un’azione necessaria per evitare che l’economia americana, e mondiale, andasse in tilt.

Ora però, con l’accordo – seppur ancora da firmare e da rendere pubblico nella sua interezza, cosa che Trump ha promesso di fare a giorni davanti alle telecamere – la situazione cambia radicalmente: «Il petrolio ora sta fluendo» ha dichiarato Trump, e di conseguenza gli Stati Uniti sono «nella posizione di poterlo fare» presto, cioè di rimettere il cappio delle sanzioni al collo dell’economia russa.

Questa ipotesi, che ieri ha trovato ampio consenso tra i leader del G7 – da Macron a Meloni, da Starmer a Scholz – segna un’inversione di tendenza non da poco, perché Washington torna a essere un attore affidabile, o quantomeno prevedibile, nel sostegno a Kiev, dopo che nei mesi scorsi aveva progressivamente ridotto la sua contribuzione militare diretta, lasciando il peso del riarmo ucraino quasi esclusivamente sulle spalle degli alleati europei.

La compattezza ritrovata del G7

La sessione di lavoro dedicata all’Ucraina, durata circa un’ora e mezza, è stata descritta dalle fonti come «molto produttiva» e caratterizzata da scambi «molto fluidi», una compattezza che lo scorso anno era parsa un miraggio, quando le divisioni interne rischiavano di rendere il G7 un’istituzione irrilevante.

Zelensky, che ha esposto ai leader le immagini dei danni causati dai recenti bombardamenti russi, ha ottenuto non solo un rinnovato sostegno politico, ma anche l’impegno a studiare nuove forniture di sistemi di difesa aerea, in particolare i missili Patriot e i PAC-3, e soprattutto ha chiesto, e forse ottenuto, un segnale forte: la licenza per produrre in Ucraina sistemi e missili antiaerei di progettazione americana, un passo che Kiev considera cruciale per la propria sopravvivenza energetica e militare prima del prossimo inverno.

Il messaggio politico uscito dal vertice è inequivocabile: la Russia non deve vincere, non deve normalizzare la guerra e, nelle parole di Zelensky, «deve fare un accordo il più velocemente possibile» perché sta perdendo troppi uomini.

L’ombra di Versailles e il futuro dell’intesa

Certo, l’euforia per l’accordo con l’Iran – che Trump ha definito «equo» e che «dovrebbe funzionare» – e per il plauso ricevuto a Evian, dove Macron lo ha coccolato con l’invito a Versailles per i 250 anni dell’indipendenza americana e per i suoi 80 anni, non deve trarre in inganno. La strada verso un cessate il fuoco in Ucraina è ancora impervia, disseminata di mine, e la volontà di Putin di sedersi al tavolo dei negoziati non è affatto scontata, anzi, i recenti bombardamenti confermano semmai la strategia opposta.

Tuttavia, il fatto che Trump abbia dichiarato di voler fare «tutto ciò che è in mio potere» per favorire un’intesa e che abbia rimesso sul tavolo lo strumento delle sanzioni petrolifere, proprio mentre Londra e Ottawa annunciavano nuovi pacchetti restrittivi contro la cosiddetta flotta fantasma russa, restituisce al G7 quella credibilità che sembrava aver smarrito.

Il presidente americano, che aveva fatto della divisione la sua cifra stilistica, a Evian ha scelto, almeno per un giorno, la strada della convergenza, forse perché consapevole che una pace in Ucraina, così come un accordo con l’Iran, potrebbe rappresentare il vero lascito della sua presidenza, un monumento più solido di qualsiasi invito a corte.

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