Erdogan, la tregua e la guerra dei morti a Gaza
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Redazione Esteri
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Mentre la fragile tregua a Gaza regge, seppur a fatica, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan consolida il suo ruolo di mediatore di peso, un attore fondamentale senza il quale, come ha voluto dimostrare, l'accordo di Sharm el Sheik non avrebbe mai visto la luce. È stato lui, infatti, a giocare le sue carte con notevole anticipo rispetto all'omologo statunitense Donald Trump, imponendo come condizione sine qua non l'assenza di qualsiasi rappresentante israeliano, tanto meno del premier Benjamin Netanyahu, alla cerimonia per la firma. Un gesto che, al di là della cornice formale, serve a ribadire chi sia considerato, in questa intricata partita, il vero "ammaestratore" di Hamas e il "king maker" regionale, colui che può influenzare le sorti del conflitto e della diplomazia.
Il dispiegamento degli specialisti turchi
Per dare sostanza a questa leadership e per marcare ulteriormente la sua influenza sul terreno, Ankara sta ora dispiegando nella Striscia di Gaza decine di suoi specialisti, con un duplice obiettivo dichiarato: aiutare nelle operazioni di ricerca dei corpi degli ostaggi israeliani, che giacciono ancora sepolti sotto immense montagne di macerie, e prestare soccorso alla popolazione gazawi, da tempo in balia di condizioni sanitarie al limite del collasso, dove il rischio di epidemie è sempre più concreto. Un'iniziativa umanitaria che, tuttavia, non può essere disgiunta dalla chiara volontà politica di Erdogan di porsi come unico garante, anche operativo, di quanto concordato, scavalcando di fatto le altre parti in gioco.
La questione spinosa dei corpi degli ostaggi
La ricerca delle salme, come affermato da Hamas stessa, si prospetta come un'operazione estremamente complessa, che richiederebbe tempo e attrezzature specializzate delle quali, al momento, si denuncia la mancanza a causa del divieto imposto da Israele al loro ingresso. Dei corpi degli ostaggi ancora intrappolati tra le rovine, che si dice siano diciannove, soltanto nove sono stati finora restituiti, un elemento che rischia di far saltare il delicato equilibrio della tregua. Israele, dal canto suo, insiste per il pieno rispetto della prima fase degli accordi e avverte, senza mezzi termini, che un eventuale inadempimento sulla restituzione dei corpi comporterebbe la ripresa immediata delle operazioni militari.
La squadra in attesa al confine e le tensioni sotterranee
Il gruppo di operatori turchi, secondo quanto riportato da un alto funzionario di Ankara che ha parlato a condizione di anonimato, si troverebbe attualmente in Egitto, nell'area confinante con Gaza, in attesa delle autorizzazioni necessarie per entrare. La stessa fonte ha rivelato che "inizialmente Israele non voleva che squadre turche effettuassero operazioni di ricerca", un'aperta ammissione delle diffidenze legate alla stretta vicinanza politica della Turchia con il movimento palestinese. Intanto, la sospensione delle ostilità tra i vivi ha dato il via a una macabra "guerra dei morti", dove ogni ritrovamento, ogni salma – su alcune delle quali, si legge, sono stati rilevati chiari segni di torture – diventa un tassello decisivo per il futuro negoziato e per la possibile transizione verso una fase successiva.




