Il garante di Gaza: la scaltrezza di Erdogan rende la Turchia protagonista
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Redazione Esteri
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La firma del cessate il fuoco a Sharm el-Sheikh, un traguardo a lungo inseguito, ha assunto per il presidente turco Tayyip Erdoğan i contorni di una significativa affermazione personale, riscattando un ruolo che, per quasi un biennio, era parso confinato ai margini dei complessi tentativi diplomatici volti a porre fine al conflitto. La Turchia, la cui influenza era sembrata affievolirsi, ha invece saputo giocare con destrezza le proprie carte nello sprint finale delle trattative, ritagliandosi una posizione di primo piano e imponendo, con un gesto carico di simbolismo, l'assenza di qualsiasi rappresentante di Tel Aviv alla cerimonia, per non parlare dell'esclusione del premier Benjamin Netanyahu. Un'azione, questa, che ha sottolineato non solo il peso negoziale di Ankara ma anche la sua peculiare capacità di dialogo con Hamas, facendo leva su relazioni consolidate che pochi altri attori internazionali possono vantare.
La regia silenziosa del Sultano
Erdoğan, che aveva mosso le sue pedine ancor prima del suo omologo Donald Trump, può ora godersi un successo internazionale che rinsalda la sua immagine di "king maker" indiscusso e di interlocutore privilegiato del movimento palestinese. A ribadire una presenza che intende essere non solo politica ma anche concretamente operativa, sta ora dispiegando nella Striscia di Gaza numerosi specialisti; il loro compito, delicato e umanitario, consiste nell'aiutare le ricerche dei corpi degli ostaggi israeliani che potrebbero giacere sepolti sotto immense montagne di macerie, oltre a prestare soccorso alla popolazione locale per scongiurare il rischio di epidemie e di gravi crisi sanitarie. Un'impostazione, questa, che mira a presentare la Turchia non come una semplice mediatrice ma come un garante sul campo, capace di agire laddove altri arrancano.
Gli elogi di Trump e la nuova centralità di Ankara
La tregua, fortemente voluta da Trump e mediata da un cartello di nazioni che includeva Qatar, Egitto e appunto la Turchia, ha di fatto rilanciato Ankara come un attore centrale e forse insostituibile nel tormentato scacchiere mediorientale. Lo stesso presidente degli Stati Uniti non ha mancato di elogiare il "grande aiuto" fornito dalla Turchia, riconoscendo in tal modo a Erdoğan un ruolo chiave senza il quale l'intesa avrebbe potuto arenarsi. Da Ankara, dal canto suo, giungono messaggi che enfatizzano la necessità di vigilare affinché la tregua non sia un mero interludio ma possa trasformarsi in una stabilità duratura, presupposto indispensabile per avviare un serio processo politico che miri alla creazione di uno stato palestinese sovrano e vitale.
Una strategia di lungo periodo
Questa riconquistata centralità, che alcuni osservatori hanno definito come una rinascita imperiale, non sembra tuttavia interrompere i pragmatici affari che la Turchia intrattiene con Tel Aviv, in un bilanciamento di interessi che dimostra la scaltrezza di una diplomazia abituata a muoversi su terreni minati. L'accordo di Sharm el-Sheikh, per molti versi, rappresenta l'ennesima vittoria di una politica estera turca che, dopo un periodo di relativo isolamento, è riuscita a conquistare la fidaccia di Trump, a isolare strategicamente Netanyahu e a cementare ulteriormente le sue intese con il mondo arabo, tessendo con pazienza una tela di cui essa stessa si propone come il fulcro.




